
Una giustizia eccedente
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Così fu detto agli antichi; ma io vi dico.
Riflessione biblica
“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. Cosa ci chiedi Gesù? Cosa vuol dire eccedere nella giustizia? Siamo ben capaci di eccedere andando contro le consuetudini sociali e spesso, per impugnare la verità, cerchiamo ciò che è più liberale, ciò che è più controcorrente, ciò che è più individuale, ecc… ma qui l’eccesso non trasgredisce la norma, anzi! Gesù ci mette in crisi, perché non abolisce la legge, ma ne rivela il cuore, che noi rischiamo di perdere come gli scribi e i farisei, proprio nell’essere ligi ai nostri precetti, dimenticandone il fine: il legame umano.
Ogni legge pur limitata dovrebbe aiutare a indicarci il vero bene… ma la pienezza di quel bene è solo Lui, e solo Lui può rivelarcelo. Il fine di ogni legge è racchiuso nell’amore fraterno, una legge non nuova ma antica. Il compimento però è nuovo: nessuno l’ha mai osservata in questo modo, come il Figlio, nel comandamento dell’amore reciproco: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Ma se solo Lui è stato capace di vivere la legge nella sua pienezza, perché imporla? Lui non la impone, ripropone quella legge in modo nuovo e ci fa dono del suo stesso amore affinché possiamo viverla.
Mi vorrei soffermare su un versetto: “Se dunque presenti il tuo dono all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono all’altare e va’ prima a conciliarti con tuo fratello e poi va’ a presentare il tuo dono” (vv. 23-24). Ricordo ancora quel giorno, al funerale di mia madre, quando io ero seduta in un banco lontano da mio fratello: da tre anni lui aveva deciso di non parlarmi, ed io non speravo più in una riconciliazione, per di più dopo la morte di nostra madre. Entrambi ci eravamo irrigiditi nelle nostre giustificazioni umane che ci sembravano legittime… ma io soffrivo di quella distanza e, pur avendoci pregato tanto, non era facile colmarla. Poco prima di apprestarmi alla comunione ho sentito ripetere in me quelle parole del vangelo, con un’esigenza nuova, e ho cercato di reprimere tutto il mio passato, per alzarmi dal banco, attraversare la chiesa e andare da lui per lo scambio di pace. Da quel momento qualcosa credo si sia sciolto, perché entrambi abbiamo cercato di lasciarci alle spalle le ferite, per ritrovare il nostro legame fraterno. Questa parola ci ricorda che prima di rivolgermi al Padre, devo non solo perdonare il fratello contro il quale ho qualcosa, ma addirittura riconciliarmi con il fratello che ha qualcosa contro di me, anche se non avessi nulla contro di lui. Non posso celebrare la paternità, se prima non cerco di ristabilire la fraternità.
L’accordo fraterno è così importante che la riconciliazione ha la precedenza su ogni culto religioso, perfino il più sacro, e che lo sguardo di giustizia di Dio non si ferma come il nostro sul passato, sui nostri errori, ma si apre al futuro, perché Lui ci ha riconciliato a sé una volta per sempre: “Per Dio il bene possibile di domani vale più del male reale di ieri: anche se solo possibile, conta più del reale, perché Dio perdona non come uno smemorato, ma come un innamorato del futuro, per cui una spiga di buon grano di domani val più di tutta la zizzania di oggi” (Fra Giorgio Bonati).
Questo è lo sguardo di giustizia eccedente del Padre su di noi.






