
Agnelli o lupi
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In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio»
Riflessione biblica
Siamo al secondo della serie di giorni che l’autore del IV Vangelo descrive all’inizio della sua testimonianza. Essi giungono al settimo con l’episodio delle nozze di Cana, punto culminante, anche se ancora a livello simbolico, della rivelazione della “gloria” di Gesù, figlio del Padre.
Senza rivendicazioni né gelosie di sorta, Giovanni il Battista fa da ponte fra il popolo e lui, semplicemente come indicatore di strada, lui stesso stupito da quell’uomo che viene a lui, così simile a un qualunque israelita. Il Battista sta compiendo la sua missione, quella che aveva proclamato suo padre: «E tu, bambino… andrai innanzi al Signore a preparargli le strade» (Lc 1,74).
Lo indica con parole misteriose ma profondamente evocatrici per gli ascoltatori ebrei: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». L’agnello, animale comune nel gregge, emblema della fragilità. Ma anche l’agnello del rito pasquale, il cui sangue sugli stipiti risparmiò i primogeniti israeliti e la cui carne dette forza al cammino del popolo verso la libertà. Un agnello immolato a ogni Pasqua e anche a ogni mattino e sera nel tempio per onorare Dio Fonte di ogni bene.
Ma anche simbolo usato dall’autore del quarto canto del Servo, in Isaia, per descrivere il modo d’essere di colui che porta su di sé il male del popolo e se ne lascia schiacciare perché per le sue piaghe il popolo sia guarito (cfr. Is 53,5-7). Questo sembra evocare la qualifica dell’Agnello che il Battista dà: colui che toglie – solleva, prende su di sé – il male del mondo, non l’uno o l’altro peccato, ma quella radice comune da cui sgorgano i fiori malefici che in tanti modi deturpano la vita.
Così forte da essere fragile, perché, come dirà un altro testo giovanneo, l’Apocalisse, è col sangue di lui immolato che i suoi amici sconfiggono il dragone, il concentrato del male, togliendogli ogni posto in cielo (Ap 12,7-12). Matteo, che leggeremo quest’anno nelle letture domenicali, ha ben suggerito ciò citando due volte i canti del Servo: racconta i vari gesti di risanamento fisico e interiore compiuti da Gesù: «perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie» (Mt 8,17; cfr. 12,18-21).
Per due volte, nel nostro testo, il Battista dice che non lo conosceva: non è qualcuno da lui istruito, un suo discepolo: è la novità di Dio che sorprende lo stesso precursore, che dal carcere, come preso dal dubbio, manderà i suoi discepoli a chiedergli se è davvero lui «colui che deve venire» (cfr. Mt 11,1-3).
Il gesto indicatore di Giovanni ha attraversato i secoli e giunge a noi oggi, perché vediamo chi è in verità colui che è venuto e sempre viene. Sotto il suo nome, quanti predicatori promettono meraviglie, magari a prezzo di generose offerte; quanti l’hanno imbalsamato in immagini a loro piacimento, per renderlo un idolo a cui offrire lumini!
Anche noi oggi, dopo anni di vita col Vangelo, dobbiamo ancora dire: «Non lo conosco, devo ancora capire giorno per giorno la sua volontà, il suo stile, il suo sguardo sul mondo. Sono ancora troppo io e troppo poco Lui!».
In questo tempo stiamo plaudendo ai forti, ai lupi e ai leoni che usano la forza per conformare il mondo al loro piacimento e cerchiamo di imitarli: anche noi sempre più forti, sempre più armati, sempre più pronti a uccidere per salvaguardare e potenziare noi stessi, il nostro gruppo, il nostro paese. A che ci è servito contemplarlo bambino? Il mondo ha bisogno di persone che, qualunque vento tiri, scelgono di vivere come questo Agnello, amando e servendo fino alla fine, anche se apparentemente perdenti.






