La misericordia si tinge di nero, rosso, viola e azzurro
Sieger Köder, nell’opera contemporanea “Mi avete dato da mangiare”, condensa tutte le sette opere di misericordia corporali in una casa. Sieger Köder è un artista e un sacerdote tedesco, scomparso recentemente. La casa che dipinge Köder non è una casa qualunque, è quella degli amici di Gesù, degli amici di Betania, dove si accoglie non per soli scopi umani, ma per la tensione verso il regno di Dio. In primo piano ci sono mani che danno da mangiare, mani che spezzano il pane come ha fatto Cristo con noi, prima di morire. Questo gesto è ciò che da’ profondità a tutto il dipinto: in una famiglia prima del pane o del cibo, si spezza il proprio cuore, il proprio corpo, per chiunque abbia bisogno di cura e amore. Ad accogliere ci sono altre mani di un povero, di colore scuro, come il colore nero della croce sullo sfondo, segno della sofferenza, che si imprime anche nelle pareti della casa, che fanno spazio al dolore e alla croce altrui.
Seguono altre mani che danno da bere, di una donna vestita di rosso, il colore della passione umana. In lei si nasconde Maria di Betania, ma anche un'altra donna del Vangelo cui Cristo ha chiesto da bere, la Samaritana (che aveva già dipinto precedentemente con gli stessi tratti). Non fa meraviglia che l'uomo assetato abbia il volto di Gesù, come lo ha anche l’uomo nudo, malato, pellegrino, e carcerato sullo sfondo della stanza. Egli stesso aveva detto: «Un bicchiere d'acqua dato a uno di questi piccoli nel mio nome, sarà come dato a me». L'acqua, quella sete di un dono più grande, del resto, segna il centro del quadro. Di che cosa abbiamo sete? La risposta viene dal fondo della casa dove la padrona, Marta di Betania, apre la porta a un pellegrino: abbiamo sete di trovare ristoro nell'amicizia gratuita e sincera, di essere consolati nelle nostre infermità, di essere perdonati e, soprattutto, abbiamo sete di essere accolti. Fuori dalla casa non è sempre un bel luogo. Lo sanno i molti costretti a vivere per strada, lo sanno le immagini di profughi dei nostri giorni, lo sa questo pellegrino che abbandona la precarietà della strada ed entra nella familiarità consolante di una casa. Dietro a lui si spalanca un orizzonte su campo rosso (rosso come l'abito della donna), con al centro una croce, una tomba. Ecco di che cosa abbiamo sete e fame: del senso ultimo della vita, anche se passa attraverso la morte. E abbiamo bisogno di un abbraccio di misericordia. Questo abbraccio non è solo quello di Marta, ma nel suo è quello di Gesù, quello della Chiesa. Così praticare la misericordia significa dare all'uomo il perdono che Cristo stesso ci ha dato.
L’assetato veste il viola, colore liturgico dei tempi di penitenza, come la quaresima, colore che si colloca fra il rosso dell’umano e il blu del divino e dunque esprime l’idea della trasformazione, del cambiamento di mentalità, della conversione.
Infine l’altro colore di scena è l’azzurro, quello del cielo, il colore centrale, che veste la donna che accoglie il pellegrino. Köder aveva una buonissima conoscenza dell’ebraismo e dei testi talmudici, e sa che i rabbini si chiesero come mai, per la Scrittura, il valore dell’accoglienza sia sacro. Essi risposero commentando che Dio, per primo, si fece pellegrino. Visitò infatti Abramo e questi, accogliendolo, ospitò Dio senza saperlo. Chi accoglie, infatti, si apre al Mistero divino che entra nella sua vita, e per questo la donna veste d’azzurro. Dio si fa straniero… cerca e trova accoglienza nel grembo della Vergine. L’accoglienza è la dimensione fondamentale della vita cristiana e si estende non soltanto agli immigrati o ai profughi, ma deve abbracciare ogni campo dell’esistenza: dalla nascita fino alla morte.
La porta aperta sullo sfondo, esprime proprio l’ideale di questa famiglia amica, che è l’accoglienza. La dimora dipinta da Köder è, in definitiva, la casa di tutti i cristiani, che prefigura il Regno di Dio. Sempre, in ogni sua parola, in ogni sua testimonianza, in ogni suo miracolo o parabola, Gesù ha voluto dirci che la nostra conversione e il nostro essere cristiani veri non possono che radicarsi sull’amore vissuto, toccando il corpo di chi soffre e donando il nostro corpo per gli altri, anche se sconosciuti o nemici.






