La Speranza attraverso la bellezza
La “Crocifissione bianca” di Chagall, anziché essere dipinta nel 1938, sembra dipinta nel 2025. Per questo è un inizio provocatorio per l’anno giubilare, ed è simbolo di speranza, in un mondo che in questo momento appare particolarmente tormentato dalle guerre e dalla imbarazzante incapacità umana di preservare la pace. Dal mese di gennaio è esposta al pubblico, per la prima volta a Roma, a Palazzo Cipolla, un dipinto potente che grida contro gli orrori del mondo e mostra al contempo la via della mansuetudine e dell'amore come chiave di salvezza (cfr. vatican news Maria Milvia Morciano)
Marc Chagall è un pittore russo, d'origine ebraica, che ha vissuto in Francia, e porta in sé l’incrocio di tre grandi culture. I suoi dipinti sembrano prescindere da ogni legge naturale di prospettiva e di statica, e rappresentano un mondo senza peso, onirico, malinconico, anche quando tratta temi gioiosi. Quel dolore di sottofondo è però sempre aperto alla speranza. È il caso della “Crocifissione bianca”, dove il grigio dominante che racconta gli orrori del Novecento è attraversato da un fascio di luce bianca. Egli la dipinse subito dopo quella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938, chiamata “Notte dei cristalli”, episodio saliente e programmatico della escalation di terrore e violenza nazista antisemita. Non è l’unica crocifissione di questo artista: lui, ebreo, sceglie un emblema della religione cristiana, il Crocifisso, come un simbolo universale.
In quest’opera Cristo è posto al centro, e in quell’uomo innocente condannato ingiustamente, confluiscono tutte le persecuzioni subite dal popolo ebraico e dagli altri popoli. Da Lui esplode una ferma denuncia contro le violenze del mondo, ma è un’esplosione di luce, che avvolge e illumina quella croce, dove la vita e la morte si scontrano, si incontrano, e diventano eternità. Chagall sceglie un simbolo cristiano per affermare che un incontro vero è possibile, tra religioni, popoli e culture, che le diverse identità possono sposarsi (quella luce sembra quasi un velo nuziale), e che lo scontro può portare all’incontro solo in un cuore pacificato: “noi siamo tutti una guerra irrisolta e questo è il motivo per cui la facciamo continuamente. Solo la pacificazione del cuore ci permette la pacificazione del mondo” (cfr. vatican news Maria Milvia Morciano).
Cristo in croce è circondato da figure che rappresentano l’oppressione del popolo ebraico. L’immagine mansueta di Cristo con gli occhi chiusi sembra rimandare ai dipinti in cui Gesù è raffigurato dormiente sulla croce. Questo sonno è solo una morte apparente, e Cristo aprirà i suoi occhi il mattino di Pasqua. Pochi sono i colori: un fuoco rosso sembra incendiare la sinagoga, il centro della fede ebraica… ma in basso quel fuoco è investito anch’esso dal bianco, diventa innocuo, non riesce a distruggere i volumi delle Sacre Scritture e neanche quella scala che sale verso il Crocifisso, simbolo del collegamento tra il cielo e la terra, tra l’essere umano e Dio. Intanto un uomo scappa con un sacco di oggetti sulle spalle, una barca in mare tenta la fuga per ancorarsi a una riva, ed è la storia di migranti e profughi che si ripete, tra le minacce di chi incendia, distrugge e sventola bandiere e armate patriottiche… ma anche tutti questi oppressi sono assorbiti dal bianco del Crocifisso.
A vegliare ai piedi del corpo di Cristo, oltre la Menorah, il candelabro a sette braccia che ricorda i sette giorni della creazione, c’è una madre che protegge il piccolo figlio coprendo il suo viso con la mano. E’ il martirio degli innocenti, che nell’Innocente per eccellenza, continua a consumarsi nella storia, nell’oggi, senza che però quel fuoco possa distruggere la luce di vita divina, che sembra proprio sprigionarsi nell’urto con le fiamme dell’inferno umano. Luce che è la prova che il dilagare dell'odio, delle tenebre, non riesce a conquistare e vincere.




