
Quando Dio è al centro, la vita diventa missione
Ascolta la Parola
Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che di Dio
Riflessione biblica
I farisei cercano di mettere alla prova Gesù, chiedendogli se sia lecito pagare il tributo a Cesare. Gesù, con la libertà e la sapienza che lo contraddistinguono, risponde: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Gesù parla con assoluta libertà, senza lasciarsi intrappolare da una domanda posta con l'intenzione di metterlo in difficoltà. Egli è il vero Re d'Israele, il Messia, il Signore della vita. Non ha alcuna difficoltà a riconoscere alle autorità terrene ciò che legittimamente spetta loro. Con la sua risposta, però, va ben oltre la questione del tributo e rimette ogni cosa al suo giusto posto.
La moneta porta impressa l'immagine di Cesare e, per questo, può essere restituita a lui. Ma ogni essere umano porta impressa dentro di sé un'immagine ben più preziosa: quella di Dio. È a Lui, e a Lui soltanto, che dobbiamo la nostra esistenza.
Quante volte anche noi rischiamo di perdere di vista ciò che conta davvero, soffermandoci su questioni secondarie! È quanto accade agli interlocutori di Gesù, che cercano di evitare il confronto con le esigenze di Dio da Lui annunciate. Spostano così la questione sul piano politico, sperando di poterlo accusare di essere nemico di Cesare. Ma Gesù smaschera le loro intenzioni e li chiama «ipocriti», riportando l'attenzione su ciò che è essenziale.
Le sue parole ci invitano allora a interrogarci: Chi è davvero il Dio che guida la mia vita? Che cosa significa restituire a Dio ciò che gli appartiene?
La nostra stessa vita porta impressa l'immagine di Dio. La capacità di amare, le relazioni che costruiamo e gli incontri di ogni giorno sono doni che riceviamo da Lui. Restituire a Dio ciò che è suo non significa semplicemente offrirgli qualcosa, ma riconoscere che tutto ciò che siamo viene da Lui e cercare di vivere ogni giorno con coerenza evangelica.
«Io sono il Signore e non ce n'è alcun altro», ci ricorda il profeta Isaia. Sono parole che ci invitano a guardare con sincerità dentro di noi: Chi occupa realmente il primo posto nella mia vita? È Dio oppure, senza quasi accorgermene, ho lasciato che il lavoro, il denaro, il successo o il desiderio di riconoscimento prendessero il suo posto?
Dare a Dio ciò che è di Dio significa anche avere il coraggio di riconoscere e smascherare tutto ciò che, dentro di noi, non rispecchia il suo amore. Significa chiamare le cose con il loro nome: egoismo, invidia, gelosia, rivalità, competizione. Significa riconoscere il peccato senza cercare giustificazioni, lasciando che la Parola di Dio illumini e trasformi il nostro cuore.
In questa Giornata Missionaria Mondiale, mentre celebriamo i cento anni della sua istituzione, la Parola di Dio ci invita a porci una domanda fondamentale: Quale Dio annunciano le mie parole, le mie scelte e i miei atteggiamenti? La missione nasce proprio da qui: dal riconoscere Dio come l'unico Signore della nostra vita e dal desiderio di vivere con coerenza ciò in cui crediamo. Prima ancora di annunciare il Vangelo con le parole, siamo chiamati a renderlo credibile attraverso la nostra testimonianza. Solo così potremo essere segni autentici del suo amore nel mondo.
Dare a Dio ciò che è di Dio significa, allora, lasciare che il suo amore diventi visibile nei piccoli gesti quotidiani: nella bontà, nella misericordia, nella gratitudine, nell'attenzione verso chi ci sta accanto.
Significa fare della nostra vita un dono, senza cercare riconoscimenti, ma con la gioia semplice di chi sa di appartenere a Lui.
E così, ovunque ci troviamo, la nostra stessa vita potrà diventare un riflesso della sua presenza, del suo amore e della sua immagine.






