
Quando il cuore ringrazia, smette di stringere il pugno
Ascolta la Parola
Darà in affitto la vigna ad altri contadini.
Riflessione biblica
Le letture di questa domenica possono sembrarci dure. C’è una vigna che finisce devastata, uomini che percuotono e uccidono, un figlio rifiutato e assassinato… Sembrerebbe che la Parola ci metta davanti a un Dio adirato.
Ma vorrei che guardassimo un po’ più indietro.
Prima di raccontarci ciò che è andato storto, Isaia ci dice tutto ciò che Dio ha fatto per la sua vigna:
ha dissodato la terra, ha tolto le pietre, ha piantato viti pregiate, ha costruito una torre, ha scavato un tino…
E allora nasce una domanda che, più che una minaccia, mi sembra il lamento di chi ama:
«Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?»
È qui che scopro il cuore di Dio.
Nella Bibbia, la vigna rappresenta il popolo che Dio ama e di cui si prende cura. E Dio attende da essa frutti molto concreti. Isaia lo dice chiaramente: si aspettava giustizia e rettitudine.
Non siamo quindi davanti a un Dio che aspetta i nostri errori per punirci. Siamo davanti a un Dio che ha seminato, curato, atteso e avuto fiducia.
E proprio perché ama la sua vigna, la corregge.
Dio corregge perché crede ancora nel frutto che possiamo portare.
Gesù riprende questa immagine nel Vangelo. Ma accade qualcosa di terribile: quei vignaioli finiscono per comportarsi come se la vigna appartenesse a loro.
Hanno dimenticato di averla ricevuta.
E forse tutto comincia proprio qui.
Quando dimentichiamo di aver ricevuto, cominciamo ad appropriarci.
Ci appropriamo delle cose.
Delle persone.
Delle relazioni.
Dei nostri doni.
Dei nostri spazi.
Arriviamo persino a voler controllare il modo in cui gli altri dovrebbero amarci.
E quando sentiamo che qualcuno minaccia ciò che consideriamo “nostro”, stringiamo il pugno.
Nascono il risentimento, la competizione, l’invidia, il bisogno di controllare e, alla fine, la violenza.
Per questo trovo bellissima la seconda lettura.
San Paolo ci offre quasi un antidoto:
«Presentate a Dio le vostre richieste… con rendimento di grazie.»
La gratitudine cambia il nostro modo di guardare.
Chi ringrazia smette di domandarsi soltanto:
«Che cosa mi manca?»
«Che cosa non mi hanno dato?»
«Perché non hanno fatto ciò che mi aspettavo?»
e comincia a chiedersi:
«Che cosa ho ricevuto?»
E quando comincio a riconoscere ciò che ho ricevuto, qualcosa dentro di me ritrova pace.
Essere grati non significa negare le ferite né chiudere gli occhi davanti all’ingiustizia.
Significa non permettere al male di avere l’ultima parola dentro di me.
Posso essere stato ferito senza diventare una persona che ferisce.
Posso aver conosciuto il rifiuto senza vivere rifiutando gli altri.
Posso correggere senza distruggere.
Posso porre dei limiti senza odiare.
Posso aver ricevuto ingratitudine senza diventare ingrato.
Perché un cuore grato non ha bisogno di vivere con il pugno chiuso.
E quanto è bello ascoltare questa Parola proprio nella festa di san Francesco d’Assisi, nell’ottavo centenario della sua morte.
Anche Francesco ha conosciuto un mondo ferito. Ha conosciuto la guerra, la malattia, le divisioni e la fragilità.
Eppure, alla fine della sua vita, non ha composto un cantico di risentimento.
Ha cantato fratello sole, sorella luna, sorella acqua, fratello fuoco…
Perché riusciva a guardare così?
Perché aveva imparato qualcosa di profondamente evangelico:
tutto è dono.
La creazione non è qualcosa che possediamo.
La vita non è qualcosa che possediamo.
Neppure l’altro è qualcuno che possiamo possedere.
Tutto ci è donato perché possiamo accoglierlo con gratitudine, custodirlo e farlo fruttificare.
Per questo anche san Paolo ci dice:
«Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile… sia oggetto dei vostri pensieri.»
Francesco ha fatto proprio questo: ha imparato a riconoscere il bene.
E forse anche noi abbiamo bisogno di ritrovare questo sguardo.
Possiamo abituarci così tanto a vedere ciò che non va, ciò che ci manca, ciò che ci hanno fatto, ciò che ci ha deluso, da non riuscire più a riconoscere tutto il bene che continua ad esserci davanti ai nostri occhi.
La gratitudine non cambia magicamente la realtà.
Cambia gli occhi con cui guardiamo la realtà.
E allora accade qualcosa:
Quando tutto è dono, nasce la gratitudine.
Quando nasce la gratitudine, smettiamo di possedere.
Quando smettiamo di possedere, impariamo a custodire.
E quando impariamo a custodire, comincia la pace.
Forse oggi Dio non ci domanda soltanto:
«Quali frutti stai portando?»
Forse ci domanda anche:
«Sei ancora capace di riconoscere tutto ciò che ho fatto nella tua vigna?»
Forse la conversione comincia proprio da qui.
Fermarsi.
Guardare la propria vita.
Riconoscere quanto abbiamo ricevuto.
E dire semplicemente:
GRAZIE.
Grazie per la vita.
Grazie per chi mi ama.
Grazie per le persone che sono passate nella mia storia.
Grazie per chi è rimasto e anche per chi ha continuato il proprio cammino.
Grazie per la creazione che mi sostiene.
Grazie persino per quelle pietre che Tu, con pazienza, hai tolto dalla mia terra.
E allora possiamo domandargli:
Signore, dopo tutto ciò che hai seminato in me, quale frutto posso offrirti oggi?
Forse un perdono.
Una parola gentile.
Un limite posto nella pace.
Un’ingiustizia che decido di non ripetere.
Un gesto di cura verso il creato.
Una persona che torno a guardare come fratello o sorella.
Perché forse questa domenica la Parola vuole ricordarci qualcosa di molto semplice:
Dio non corregge per distruggere la sua vigna.
Dio corregge perché la ama.
E la ama perché crede ancora nei suoi frutti.
E san Francesco sembra sussurrarci, ottocento anni dopo:
Chi scopre che tutto è dono, ringrazia.
Chi ringrazia, custodisce.
E chi custodisce diventa artigiano di pace.






