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Missionarie di Maria
SAVERIANE

Diario del ritorno al paese natale

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23 Luglio 2022

Dal luglio del 2019 a quello del 2022 fanno tre anni rotondi di assenza. Questo è il tempo passato,
anch’esso di sabbia, dall’ultimo mio soggiorno in Italia, madre e patria secondo le migliori tradizioni di una
volta. Eppure, in questa porzione di vita, di cose ne sono accadute e altre avrebbero potuto accadere a
seconda degli avvenimenti. Tra questi c’è anzitutto da notare, dopo oltre due anni di cattività nel deserto
del Sahara, la liberazione dell’amico e compagno di viaggio Pierluigi Maccalli. Parlavo di lui ancora assente,
nell’ultima permanenza nel Paese, come di un albero che, piantato e radicato nella savana, coi suoi rami
contorti, tiene il cielo e la terra attaccati l’uno all’altro. Dell’avventurosa prigionia si è portato dietro tre
segni: un pezzo di catene, due legni a forma di crocifisso e i grani di stoffa di un rosario che tace
raccontando le sue lacrime. Era il mese di ottobre quando la notizia filtrò a Niamey durante un incontro di
persone che mai avevano smesso di pregare perché le catene coniugassero il verbo più bello di tutti.
Intanto gli altri continuavano a rapire, uccidere e generare sofferenze senza che questo destasse eccessiva
attenzione mediatica. Centinaia di contadini sgozzati, migliaia di sfollati, bambini terrorizzati, scuole e
dispensari chiusi. La desolazione è uno dei nomi nuovi di molte zone del Sahel. Paziente, tenace, radicata,
nella quasi impossibilità di raccontarla, indecifrabile nelle motivazioni eppure coerente con la follia. La
desolazione ha accompagnato questi tre anni vissuti nel luogo il cui nome dice tutto: Sahel, spazio tra due
rive. I migranti lo sanno bene perché, da decenni o da secoli, passano tra una riva e l’altra di questa
porzione d’Africa. A migliaia attraversano frontiere ogni volta più armate e inospitali dove si contendono il
bottino commercianti, contrabbandieri, banditi, gruppi armati terroristi, djiadisti e antiche carovane di sale.
Cercano altrove, rischiano tutto, investono soldi, anni e perizie per sopravvivere alla prossima morte nel
mare o nel deserto dell’indifferenza di chi crede che il modello di vita si la stabilità dei cimiteri.
Arrivò poi il totalitarismo sanitario, di immediata esportazione cino- occidentale, sotto la sapiente regia
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità fiancheggiata dalle realizzazioni teatrali di Davos in Svizzera. LA
malattia, LA pandemia, LA paura come sistema principale di governo con l’appoggio ben pagato dei mezzi di
comunicazione addomesticati al sistema dominante. La gente continuava, qui, a morire di malaria e di fame
e della violenza armata ma bisognava fermare le frontiere, lavarsi le mani (ma prima c’era da trovare
l’acqua), tenere le distanze e soprattutto imparare a vaccinarsi perché finalmente la salvezza era arrivata. Il
nuovo aeroporto turco internazionale di Niamey era tristemente vuoto di aerei, voli, prenotazioni e le
decine di lavoratori erano in lista d’attesa. C’erano infatti i VERI morti, i morti COVID (poche decine in tutto
il periodo) e gli altri che si contavano a migliaia ma molto meno importanti. Fortuna che la gente non c’è
cascata e, con la complicità della sabbia, del sole, della giovane età, la prossimità con la morte, le cure
locali, né le maschere, né la distanza sociale, né la propaganda intimidatoria, mai ha preso piede nel Niger.
Poi, in questi tre anni c’erano loro, i signori della strada. Gli asini che tirano sempre lo stesso carro e sono
pestati ad ogni passo, i cammelli che seguono in fila, le mandrie di buoi che si nutrono delle piante che il
comune ha piantato la stagione precedente e i capri che contano i giorni prima di essere sacrificati alla
maniera di Abramo, anni or sono. Le strade di Niamey che la sabbia avvolge ogni sera e che gli addetti alla
pulizia raccolgono il mattino seguente prima che rispunti più folta di prima. Gli altoparlanti che invitano i
fedeli alla preghiera più volte al giorno cominciando presto perché si levi il sole. Gli uffici dei ministeri che
aprono a seconda delle circostanze e degli immancabili funerali che non mancano l’appuntamento
settimanale. I cortei nuziali di auto e motociclette che deridono i limiti di velocità, per matrimoni che
durano qualche mese prima di sciogliersi e provare di nuovo altrove. I venditori di tutto che appaiono e
scompaiono a seconda delle ore del giorno e la stagione dell’anno e i disoccupati che vivono d’attesa. Le
donne, eleganti come regine col velo che le rende più fatali, parcheggiando in doppia fila per gli acquisti.

Mauro Armanino

Missionario, dottore in antropologia culturale ed etnologia. Volontario in Costa d’Avorio, sostitutivo del servizio militare. Poi ordinato prete presso la Società delle Missioni Africane di Genova. Missionario in Costa d’Avorio fino al 1990, quindi in Argentina e Liberia, dove ha conosciuto la guerra e i campi di rifugiati. Oggi impegnato a Genova coi migranti e, come volontario, nel carcere di Marassi accanto ai detenuti di origine africana.