Il piccolo seme della missione in Marocco
La presenza missionaria in Marocco mostra che la missione non è necessariamente nel fare grandi cose. In una terra a maggioranza musulmana, dove l'evangelizzazione è vietata severamente e la presenza cristiana è esigua, può sembrare che la Chiesa abbia poche possibilità di portare frutto. Eppure una suora missionaria, alla domanda su cosa facessero concretamente e perché fossero lì, rispose: «Se noi non fossimo qui, anche con la semplice presenza, non ci sarebbe Chiesa qui». Essere presenti, pregare, costruire relazioni di rispetto, fiducia e fraternità è già missione.
Un segno di questa presenza è stata l’Eucaristia celebrata in una piccola cappella conservata all’interno di una casa oggi abitata da una famiglia musulmana. Le suore che vi abitavano l’avevano dovuta lasciare, ma la famiglia ha scelto di custodire la cappella e di permettere ai cristiani ospiti di celebrarvi. Durante la Messa una goccia di vino fuoriuscì dal calice e si allargò lentamente sulla tovaglia: sembrava l’immagine del granello di senape e del lievito, qualcosa di piccolo capace di produrre frutti grandi. Sotto il tavolino trovammo inoltre nove uova deposte da una gallina: proprio il Vangelo di quel giorno parlava dell’albero del Regno sui cui rami gli uccelli fanno il nido. Piccoli segni di una realtà molto più grande, nascosta ma viva.
Fatima Zhara, una donna musulmana che non si è mai sposata, ma ha trasformato il dolore di questa condizione in una vocazione al servizio dei bambini, dopo aver conosciuto le Suore Francescane Missionarie di Maria, nubili e vocate al servizio per i nomadi. Oggi continua la loro missione, pur rimanendo musulmana. Con i bambini abbiamo condiviso giochi, canti, lezioni, sorrisi e abbracci. Il loro entusiasmo, il loro «shukran», la dolcezza delle bambine più piccole e la voglia di ripetere le canzoni che avevamo insegnato loro mostrano che l’incontro può avvenire anche senza condividere la stessa lingua o religione.

Nella povertà concreta dei villaggi, con condizioni igieniche precarie, case semplici, animali circolanti liberamente e una vita fondata spesso sull’agricoltura e sull’allevamento, si sperimenta una grande ospitalità. Particolarmente intensa è stata la visita alla famiglia nomade Hamazigh: quella donna ci ha accolto nella sua tenda con pane, marmellata e thè; poi una tempesta ci ha costretto a rimanere lì a lungo. Nel silenzio di quella tenda, alternato a versi di animali e a vento e pioggia c'era la voce di Dio.
Il cammino ci ha portati proprio nei luoghi della crisi migratoria tra Marocco e Spagna, di cui i giornali di tutto il mondo parlavano in quei giorni. A Fnideq, città marocchina, vicino a Ceuta, città spagnola, la migrazione ha smesso di essere una notizia ed è diventata realtà concreta. Una donna i cui quattro figli su cinque erano emigrati a Ceuta ci ha condiviso la sua apprensione durante i momenti più critici della situazione. Dietro la parola migrante c'è così una madre, una famiglia, una storia. Gli effetti dell’illusione alimentata dai social network fanno apparire l’Europa come una terra promessa, spingendo giovani a partire inseguendo immagini che non corrispondono sempre alla realtà. Alcuni arrivano a fingere online di stare bene, alimentando a loro volta il desiderio di partire di chi è rimasto.

Ai migranti feriti in ospedale, siamo riusciti a portare vestiti e beni necessari. Abbiamo incoraggiato le persone impegnate nell’accoglienza attraverso la Caritas. La carità cristiana non è semplice assistenzialismo ma anzitutto tutela della dignità della persona. La Chiesa non può risolvere da sola le cause della migrazione, ma può esserci accanto a chi soffre, accogliere, curare, ascoltare e accompagnare, al di là del diverso credo, poiché siamo tutti cristificati in ragione del sacrificio di Cristo per l'umanità intera.
Il missionario deve accettare di non vedere necessariamente i frutti del proprio lavoro. Come il pulcino ha bisogno del proprio tempo per nascere, così ogni persona e ogni comunità hanno un tempo diverso per maturare. La missione è spesso un seme nascosto: una cappella custodita da una famiglia musulmana, una preghiera, un gioco con un bambino, un thè offerto in una tenda, un vestito donato a un migrante, un’amicizia nata tra persone diverse. A noi spetta esserci, pregare e amare; sarà poi lo Spirito Santo, nel tempo di Dio, a far crescere ciò che abbiamo seminato.






