La Legge come un pedagogo (1)
Come si è visto già più volte, gli scritti di Paolo sono molto densi e ogni affermazione suppone spesso una problematica o una discussione di fondo. Nel parlare della circoncisione si è accennato a quale diatriba ci fosse tra i “paolini” e i giudeo-cristiani. I primi sostenevano che Cristo avesse rinnovato tutta la tradizione giudaica (compresa la circoncisione, quale segno di appartenenza all’alleanza) ponendo l’evento della Croce e risurrezione come unica via di salvezza. I secondi, invece, sostenevano la permanente validità delle istituzioni e tradizioni israelitiche, pur ritenendo Cristo attore della redenzione definitiva.
Anche sull’utilità e valore della Legge mosaica (Torah) si ripropone lo stesso orizzonte conflittuale: la Torah deve essere fedelmente osservata nei suoi precetti orali e scritti, oppure la nuova legge di Cristo ne offre un’interpretazione tale da rivalutare l’intera normativa alla luce del cristianesimo? Paolo affronta questo problema, in modo sistematico, nella Lettera ai Galati. Alla fine del capitolo terzo, dopo aver sostenuto la giustificazione e la salvezza per mezzo della fede, Paolo si sofferma a descrivere la Legge e il suo ruolo con una splendida metafora: la legge è stata come un pedagogo.
Nella società greca e romana le famiglie aristocratiche e ricche avevano l’abitudine di scegliere un tutore per il loro figlio, affinché lo educasse al comportamento civile, gli insegnasse arti e lettere, lo introducesse alle abitudini sociali. In definitiva, al tutore era affidato il compito di una formazione completa del ragazzo fino ai 13-15 anni. Questa era l’età in cui avrebbe potuto compiere il primo passo verso la società degli adulti. Il tutore era spesso uno schiavo con capacità e cultura elevata – magari, divenuto schiavo per debiti – e rivestiva nella casa del padrone un ruolo di prestigio, pur mantenendo la sua condizione servile. Altre volte il tutore era un personaggio illustre e stimato (filosofo, letterato, storico), sebbene questi non vivesse nella casa del ragazzo, ma lo istruisse presso la sua dimora. Ne sono esempio i grandi filosofi, a cui venivano inviati i giovani aristocratici romani.
Paolo nella sua metafora ha presente la prima tipologia di tutore e lo chiama “pedagogo”. Termine molto familiare anche nella nostra cultura, ma con accezione differente nella funzione. Il pedagogo aiuta alla formazione del bambino accompagnandolo nelle tappe fondamentali. Il pedagogo antico svolgeva questo compito utilizzando anche pene corporali e punizioni, che – secondo la mentalità del tempo – aiutavano il bambino a rafforzare il carattere, gli consentivano di compiere scelte coraggiose, forgiavano la tempra. In questo senso, il pedagogo era un personaggio stimato dal bambino per l’insegnamento trasmesso, ma anche temuto per la durezza delle punizioni e per l’esigente autorità. Il pedagogo svolgeva una doppia funzione: educativa e preparatoria. Si spiegherà nel prossimo numero il valore della Legge dato da Paolo.
(continua)






