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Missionarie di Maria
SAVERIANE

Va’ e dona la vita

Ruben Macías sx
937
04 Settembre 2026

Per diciannove anni ho vissuto in Burundi, una terra segnata dalla bellezza della sua gente e dalle ferite della violenza. Prima di partire, nell’anno 2000, passai dalla nostra Casa Madre a Parma e pregai nella Cappella dei Martiri. Lì, nel luogo da cui san Guido Maria Conforti inviava i missionari, compresi che la missione non si sostiene con il potere, ma con la testimonianza di coloro che amano fino alla fine.

Conforti scrisse che il missionario porta con sé unicamente la croce di Cristo e rimane disposto a versare il proprio sangue per il bene dei fratelli. In Burundi queste parole smisero di essere una semplice frase per diventare volti, nomi e storie vive.

Ho conosciuto confratelli saveriani che hanno donato la vita con una fedeltà ammirevole. Tra loro ricordo sempre Ottorino Maule, Aldo Marchiol e Catina Gubert, martiri di Buyengero. Ho incontrato anche molti uomini e donne che, senza morire di morte violenta, consumavano giorno dopo giorno la propria esistenza al servizio dei poveri, dei malati e dei dimenticati. Mi hanno insegnato che il martirio comincia molto prima di versare il sangue: nasce nel dono quotidiano di sé.

Eppure, quando penso all’espressione di Conforti: «Il Missionario è la personificazione più bella e sublime della vita ideale», tre nomi illuminano la mia memoria: suor Lucia, suor Olga e suor Bernardetta, brutalmente uccise il 7 e l’8 settembre 2014 nella parrocchia di Kamenge.

Non desidero ricordare soltanto l’orrore di quelle ore. Il loro vero martirio era iniziato molto prima, nella fedeltà silenziosa di una vita completamente offerta. Tutte e tre avevano dedicato decenni alla missione nella regione dei Grandi Laghi, tra Congo e Burundi. Erano diverse per carattere, età e responsabilità, ma condividevano la stessa gioia di appartenere a Cristo e al popolo burundese.

Molte volte mi sono chiesto perché, ormai anziane e fisicamente fragili, avessero deciso di ritornare dall’Italia per sostenere quella comunità in uno dei quartieri più poveri e pericolosi di Bujumbura. Il Paese viveva una profonda tensione politica. Avrebbero potuto scegliere una destinazione più sicura, eppure rimasero lì, con una presenza discreta, semplice e colma di speranza.

La risposta non stava nel loro coraggio umano. Era nella Persona che le sosteneva. Contemplavano Cristo crocifisso e ne scoprivano il volto nel popolo burundese, anch’esso crocifisso dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Il loro rimanere era una risposta d’amore.

Quando andavo a trovarle, il buonumore aveva sempre la meglio su qualsiasi tristezza. Ridevano della mia giovinezza e dicevano: «Ecco che arriva il missionario giovincello, pieno di forze; guarda noi, con il bastone e tutti i nostri acciacchi, ma ancora in missione!». Poi aggiungevano: «Dai tutto. Non stancarti. C’è ancora tanto da fare». Mi stavano consegnando un’eredità.

Nella loro casa c’era una piccola cappella. Era un luogo umile, ma colmo della presenza di Dio. Lì condividemmo un ritiro spirituale pochi mesi prima della loro morte. Sempre lì confessai molte volte suor Olga. Uscivo ogni volta da quello spazio con la certezza che la preghiera fosse il cuore segreto della loro fecondità missionaria.

Lucia era la più fragile di salute. Rimaneva in casa preparando i pasti, prendendosi cura della sacrestia, accompagnando i ministranti e custodendo con grande attenzione i vasi sacri. Faceva tutto con una gioia disarmante. Bernardetta dirigeva il laboratorio di cucito e accompagnava numerose donne del quartiere. La sua discrezione, il suo sorriso e la sua pace parlavano di un Vangelo vissuto più che predicato.

Olga era diversa. Nonostante fosse la più anziana, percorreva instancabilmente le strade di Kamenge per visitare anziani, malati e famiglie povere. Entrava là dove altri avevano paura di entrare. Non portava con sé denaro né protezione. Portava consolazione, speranza e una parola nata dall’amore di Cristo.

Poi arrivò la notte che non dimenticherò mai. Il 7 settembre raccolsi i corpi martoriati di Lucia e Olga, in mezzo a un silenzio insopportabile. Seguii le procedure legali e accompagnai i loro corpi fino all’obitorio, obbedendo alla missione che il mio superiore mi aveva affidato. Bernardetta rimase accanto a noi con una serenità che ancora oggi mi commuove. Si prendeva cura delle sue sorelle persino nella morte.

Rientrammo a Kamenge verso mezzanotte. Salutai Bernardetta senza immaginare che sarebbe stata l’ultima volta. Poche ore dopo arrivò nuovamente la notizia dell’orrore. Anche lei era stata uccisa. Tornai all’obitorio con il cuore spezzato. Le domande erano innumerevoli; le risposte, nessuna.

In mezzo a quel dolore ricordai una conversazione con Olga. Quando la superiora le chiese di tornare in Burundi, lei rispose con semplicità: «Torno per dare la vita; è ciò che il Signore mi chiede». Quelle parole rimasero incise per sempre nel mio cuore: «Va’ e dona la vita».

Oggi comprendo che il martirio non glorifica la violenza; glorifica l’amore che si rifiuta di abbandonare i più vulnerabili. Lucia, Olga e Bernardetta non cercarono la morte. Scelsero di rimanere. Il loro sangue fu l’ultima parola di un’esistenza che da molti anni annunciava il Vangelo attraverso gesti umili, una preghiera costante e un servizio gioioso.

Il Burundi mi ha insegnato che la missione autentica ha sempre un volto umano. Ha mani che servono, ginocchia che pregano e un cuore disposto ad amare senza condizioni. Ogni volta che ricordo queste tre sorelle, ritorno spiritualmente alla Cappella dei Martiri di Parma e rinnovo la mia vocazione. Esse continuano ad annunciare che la forma più bella di evangelizzare non è la forza, ma l’amore capace di donare la vita intera per i fratelli.