10 dicembre 1948 75 anni fa …
Il 75° anniversario dell’adozione della Dichiarazione della Carta Internazionale dei Diritti Umani è l’occasione per sottolineare ancora una volta la centralità della persona.
A questo proposito, il 15 gennaio 1981, padre Alexander Schmemann scriveva nel suo diario:
Ieri sera, il discorso di addio del presidente Carter. Pieno di posatezza, di nobiltà di vedute sugli ideali dell’America: “Non è l’America che ha creato gli human rights. È vero il contrario: gli human rights hanno creato l’America.” Tutto ciò in parte è retorica, ma non è una bugia. La chiave è sempre la persona. Se non la si mette come pietra angolare, non succede nulla.[1]
Desideriamo celebrare questo anniversario ricordando due riflessioni di San Giovanni Paolo II, Papa, e di Philip Allott, Professore Emerito di Diritto Internazionale presso la Cambridge University, rispettivamente.
Il primo testo è tratto dal numero 13 dell’Enciclica Centesimus Annus e ci aiuta ad approfondire il concetto di persona. L’enciclica ricorda che un errore antropologico fondamentale è quello di ridurre l’uomo ad una serie di relazioni sociali. Scompare così il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale e, prosegue il documento:
Da questa errata concezione della persona discendono la distorsione del diritto che definisce la sfera di esercizio della libertà, nonché l'opposizione alla proprietà privata. L'uomo, infatti, privo di qualcosa che possa «dir suo» e della possibilità di guadagnarsi da vivere con la sua iniziativa, viene a dipendere dalla macchina sociale e da coloro che la controllano: il che gli rende molto più difficile riconoscere la sua dignità di persona ed inceppa il cammino per la costituzione di un'autentica comunità umana.
Al contrario, (…) secondo tutta la dottrina sociale della Chiesa, la socialità dell'uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno — sempre dentro il bene comune — la loro propria autonomia.
Se ci si domanda poi donde nasca quell'errata concezione della natura della persona e della «soggettività» della società, bisogna rispondere che la prima causa è l'ateismo. È nella risposta all'appello di Dio, contenuto nell'essere delle cose, che l'uomo diventa consapevole della sua trascendente dignità. Ogni uomo deve dare questa risposta, nella quale consiste il culmine della sua umanità, e nessun meccanismo sociale o soggetto collettivo può sostituirlo. La negazione di Dio priva la persona del suo fondamento e, di conseguenza, induce a riorganizzare l'ordine sociale prescindendo dalla dignità e responsabilità della persona. (...) Si negano in tal modo l'intuizione ultima circa la vera grandezza dell'uomo, la sua trascendenza rispetto al mondo delle cose, la contraddizione ch'egli avverte nel suo cuore tra il desiderio di una pienezza di bene e la propria inadeguatezza a conseguirlo e, soprattutto, il bisogno di salvezza che ne deriva.
Philip Allott riprende il tema della trascendenza e lo sviluppa in chiave dell’amare.
Il testo che qui proponiamo presenta il pensiero di Allott nel suo re-immaginare il diritto internazionale come il diritto di ogni società umana e di ogni essere umano. Il passaggio è dunque dal diritto all’amore.
[…) Prima ancora del diritto, è l’amore. (…)
Una società che si forma nel diritto e attraverso il diritto, giunge a concepirsi davvero come società. Il genere umano, concependo così la sua storia e il suo futuro, scopre la sua umanità ed il suo senso.
Essere umano significa amare. (…) É a motivo dell’amore per i nostri figli che noi ci adoperiamo per rispondere ai loro bisogni, che ne assicuriamo la crescita e lo sviluppo. È a motivo dell’amore per la nostra società che noi vogliamo che essa sopravviva. (…)
È necessario definire questo amore che spinge la coscienza a volere il diritto. (…)
Secondo Allott, tutte le manifestazioni dell’amore si apparentano al Diritto in quanto sono veicoli per la trascendenza. Il Diritto agisce infatti sulla società come l’amore agisce sull’individuo: permette il superamento di sé per andare incontro all’altro. (…)
In altre parole, Allott ritiene che l’amore concilia il desiderio di fare qualcosa per qualcuno con l’obbligo che muove la persona nella stessa direzione, cioè quello di occuparsi del proprio prossimo o di sé stessi. È nell’amore che la coscienza dà un senso alla solitudine, al matrimonio, all’essere figli, all’amicizia, agli studi, alla religione, alla politica, al lavoro, al piacere, alla festa, al commercio, alla guerra, alla pace.
Questa è la visione di un ordine delle leggi secondo il quale l’umanità si concepisce come società che opera costantemente e consapevolmente alla sua trascendenza.[2]
A questo proposito, concludiamo con un’altra pagina di p. Alexander Schmemann dove leggiamo:
Al principio del “confronto”, il cristianesimo contrappone l’amore, la cui essenza consiste appunto nella totale assenza al suo interno del confronto, come “origine” ed “essenza”. Al mondo non esiste e non può esistere uguaglianza, proprio perché esso è creato dall’amore e non dai princìpi. Ed è di amore e non di uguaglianza che ha sete il mondo. (…) Nell’amore la persona di compie nel dono di sé.[3]
[1] A. Schmemann, Diari 1973-1983, Lipa, Roma 2021, Vol. II, p. 305.
[2] Tratto da François Larocque, « Eumonia et le droit selon Allott », in Revue générale de droit, Vol 31, N° 2, 2001
[3] A. Schmemann, Diari 1973-1983, Lipa, Roma 2021, Vol. I, p. 372.






