Ricordi di un compagno di viaggio
Le Missionarie di Maria- Saveriane ci lasciano: l’unica loro comunità in Sardegna chiude, dopo 40 anni. Erano rimaste in due: Mercedes e Giovanna. Già in età avanzata, per giunta di salute precaria, si erano ridotte a una presenza non in grado di esprimere il carisma di una Comunità missionaria, pur con tutta la buona volontà. E’ la sorte di tante istituzioni religiose, tanto maschili quanto femminili, che il Covid-19, la crisi di nuove vocazioni, l’età avanzata dei... superstiti ha costretto a chiudere i battenti, in attesa di tempi migliori (seppure ne verranno).
Le Missionarie Saveriane erano arrivate a Oristano il 3 dicembre 1985, proprio nel giorno in cui la Chiesa ricorda san Francesco Saverio, patrono delle missioni. Ad accoglierle, alla stazione ferroviaria, il P. Silvio Atzeni, Cappuccino, parroco della parrocchia della B. M. Vergine Immacolata. Erano tre sarde: Elena Loi, di Ghilarza, Caterina Sias, di Suni e Giuliana Picci, di Quartu S. Elena. Non fu necessario un furgone per caricare i poveri bagagli che si portavano appresso: vera sfida alla Provvidenza, che sempre promette assistenza agli operai del vangelo. Elena e Giuliana erano da poco rientrate dalla missione in Brasile; Caterina, invece, veniva da Parma, culla delle due famiglie missionarie dei Saveriani e delle Saveriane. Si erano inserite nella Parrocchia dei Padri Cappuccini, sentendosi bene accolte: nuova linfa in un ceppo più che centenario, che vanta tuttora grandi figure di santi e beati. Nel 1986 Mons. Pier Giuliano Tiddia, arcivescovo metropolita di Oristano, viste le normative che il governo italiano stava varando per il riconoscimento di nuove parrocchie, si affrettò a istituire quella di S. Giovanni Evangelista, considerando che in Diocesi non ce n’era nessuna intitolata a un apostolo evangelista.
Nel luglio del 1987 chi scrive rientrava definitivamente dal Perù, dopo sedici anni come missionario Fidei donum, da parroco di quasi tutta una provincia: non palazzi, ma case semplici, sparse nelle Ande del sud, villaggi raggiungibili in varie ore di macchina, o di intere giornate nell’epoca delle piogge. Alcuni villaggi erano arrampicati vicino ai 5000 metri! Mons. Tiddia vide opportuno affidare alla mia persona la nuova parrocchia. “Voglio che sia una parrocchia missionaria: metti a frutto la tua esperienza. Ti aiuteranno le Missionarie saveriane, che già da più di un anno si sono stabilite nella nostra città. Coordina con loro. Per qualsiasi aiuto, io sono qui”. Non mi fu difficile trovare le tre missionarie: con loro nacque subito un’amicizia, che sembrava da anni. Vidi dove abitavano: parte della casa di don Antonio Muscas. Accettai l’invito di fermarmi a pranzo: un piatto di spaghetti e un uovo: ce n’era d’avanzo: menù che si ripeteva ogni volta che passavo a trovarle. Da loro cominciai a comprendere quale fosse la parrocchia: comprendeva la zona nord della Città, ancora con tanti palazzi in costruzione, delimitata dalla zona industriale, con la toponomastica delle vie dei Venti, delle capitali europee, e dei campioni olimpionici e dei musicisti madregalisti del ‘700: il tutto, conosciuto come Quartiere di San Nicola, sottratto alla parrocchia dei Frati Cappuccini. Secondo il Piano urbanistico e considerando le varie licenze di costruzione di nuovi palazzi, si prospettava un insediamento di 5.200 abitanti: popolazione più che sufficiente per poter lavorare senza ...pestare i piedi a nessuno. Però...apriti, cielo! I Frati Cappuccini perdevano tutta quella zona che avevano coltivato con uno zelo tutto particolare.(Vennero poi ricompensati in una nuova definizione dei confini parrocchiali).
Tralascio il tanto vagare per i vari Uffici per trovare qualche documento che attestasse la creazione della Parrocchia e del terreno che il Comune assegnava per la chiesa e annesse opere parrocchiali. Dai vari sorrisi beffardi che ricevevo, mi rendevo conto che il nuovo parto avveniva sotto cattiva stella. D’altra parte, tale scelta non era nostra: semplicemente rispondeva a un progetto pastorale diocesano. Pertanto, avanti nel Signore! Non avevamo niente, non ci mancava nulla. Molte famiglie a gara ci offrivano ospitalità per gli incontri: non avevamo casa, non ci mancavano spazi. Le prime Eucaristie furono celebrate nel garage dei coniugi Teresa e (nome del marito)e si protrassero fino alla costruzione della chiesa. In questi incontri abbiamo studiato gli Atti degli apostoli, la storia della chiesa primitiva, i sacramenti... E venivano fuori tante questioni, in quel libero scambio di idee, avvalorato dall’esperienze delle missionarie: tra donne ci si comprendeva di più.
Nasceva la convinzione che per la missione non era necessario partire: molta gente di quei Paesi cosiddetti “di missione” era qui, in mezzo a noi; perché non prenderci cura di loro? E fu creato il Centro per Extracomunitari, avendo come segretaria la prof. ssa Anna Pisu Denotti Il gruppo più consistente era formato da Senegalesi, che andavano di porta in porta, offrendo cose che a nessuno interessavano; se le prendevano era per non umiliarli dando un’elemosina. Non fu difficile trovare insegnanti, in attività o in pensione, che si, offrissero per dar loro lezioni di italiano, di matematica e di tutte le materie, che permettessero di accedere alla Licenza elementare, quindi a quella Media, fino a quella di Commercio ambulatorio. Era gratificante vederli al mercato, con la loro mercanzia, trattare alla pari con gli altri commercianti...
Si è lavorato tanto in campi-scuola vocazionali, in ritiri per adolescenti, sempre con l’intento di aiutarli a scoprire il progetto di Dio su di loro. Si costituì il CMD (Centro Missionario Diocesano)con un’equipe di animazione missionaria, con membri dei vari istituti religiosi e laici, pronti a rispondere agli inviti delle parrocchie, a tenere incontri, a creare gruppi missionari da visitare periodicamente. Elena, in particolare, curava un bel gruppo di adolescenti, “Ragazze sprint” con settimane estive e incontri mensili, con la collaborazione dei Padri Saveriani di Macomer, che generosamente le ospitavano nel loro istituto. Con lei lil CMD sembrava tutto un cantiere: si curava la corrispondenza con i missionari della Diocesi sparsi per il mondo: un modo per non farli sentire dimenticati e per arricchirci delle loro esperienze; si preparavano i poster per le visite ai vari gruppi; si dava spazio alla Parola di Dio, anima di ogni missione; si sceglievano le videocassette per i vari incontri; si creava per tempo il materiale per le mostre...
Oh. le mostre! Erano l’anima dell’ottobre missionario. Ci ospitavano gli ampi spazi dell’ex chiostro del Carmine o del Seminario arcivescovile. Si invitavano tutte le scuole cittadine, con una programmazione concordata insieme ai docenti. Ogni anno venivano visitate da migliaia di studenti, accompagnati dai loro professori e avendo sempre a disposizione chi ne spiegasse i contenuti. Ogni settimana era scandita dalla presenza di qualche vescovo delle giovani chiese, di passaggio a Roma per la visita ad limina, o di qualche missionario di lungo corso. Volentieri accoglievamo l’invito di qualche docente a parlare ai propri alunni sui problemi dei cosiddetti Paesi emergenti, servendoci di qualche documentario che i missionari ci facevano pervenire.
Grande spazio veniva dato ai Giovani, il futuro della Chiesa. Ogni anno si realizzava il Festival della Canzone Missionaria, con partecipazione entusiasta anche di una ventina di gruppi. Grande collaboratore con i Giovani il prof. Stefano Mele.
Le Missionarie saveriane erano l’anima di tutto, pur con ruoli diversi, ma sempre con lo spirito del fondatore: “Fare del mondo una sola famiglia”. Giuliana era più portata alla formazione liturgica, per la quale era dotata di uno speciale carisma. Curava la preparazione delle liturgie, nella scelta dei canti e nel decoro della chiesa, manteneva buoni rapporti con le famiglie, visitandole spesso. Anche Caterina, per il breve tempo che è stata tra noi, ha intessuto buoni rapporti, aiutando a superare quelle resistenze che rimanevano nei confronti della nuova parrocchia.
Partita Caterina, arriva Maria Rosaria, reduce dallo Zaire, nel cuor dell’Africa.
Figura gracile, che ogni tanto sentiva i sintomi di una malaria contratta in missione e ancora non del tutto superata. Con tutto ciò non si dava per vinta e con una forza di volontà invidiabile affrontava gli impegni della nuova missione. Aveva espresso il desiderio di dedicarsi alla Catechesi. Per vari anni partecipò alla Scuola Nazionale di Catechesi gestita dai Padri Dehoniani a La Mendola, con grande profitto, che mise al servizio della Parrocchia. Curava il gruppo delle Catechiste, preparando con loro contenuti e metodi dell’insegnamento, seguendo i Catechismi della CEI e i sussidi audiovisivi che li accompagnavano. Volle ogni aula dotata di videoregistratore e di un monitor. Seguiva le catechiste anche durante le... lezioni e seguiva i genitori che venivano ad accompagnare i loro figli. Chiamata a gestire la segreteria dell’Ufficio Catechistico Diocesano, vi profuse tutto lo zelo possibile, facendone un luogo d’incontro con le Catechiste della città, come quelle dei paesi. Coordinando con vari sacerdoti, organizzò la Scuola diocesana di base, con grande profitto per un numero considerevole di catechisti/e per alcuni anni. Durante le vacanze di Natale preparava la Giornata dell’Infanzia Missionaria del 6 gennaio, con le classi delle Elementari. Le feci notare che durante quei giorni i bambini se ne sarebbero andati dai nonni, ai rispettivi paesi di origine. Mi dovetti rimangiare le parole: i bambini preferivano restare in città, per fare le prove... I genitori assecondavano volentieri i loro desideri.
E la festa missionaria era tutto un trionfo.
Ebbe l’accortezza di preparare la successione alla segreteria diocesana, nella persona della signora Lucia Pani. Insieme partecipavano alla Scuola Nazionale di Catechesi e alle altre attività. I Convegni nazionali e regionali contribuivano non poco alla loro formazione, che ridondava, poi, a tutto il settore. I Convegni diocesani erano una festa: a centinaia partecipavano, da tutte le parrocchie; non poche venivano accompagnate dai rispettivi parroci.
Molte furono le Sorelle che in questi 40 anni si alternarono tra partenze e arrivi dalla missione, ciascuna donando la ricchezza della propria esperienza acquisita in altre culture.
Ora tutto rimane un ricordo, nostalgico, di una presenza che ha lasciato tracce. E’ lecito chiedersi: Che frutti si sono raccolti? E’ il caso di dire col Manzoni: “Ai posteri l’ardua sentenza”. “C’è chi semina e chi raccoglie”. Qui è toccata la prima parte. Non rimane che dire: “Signore, quanto è stato seminato portalo tu a maturazione”. 




