Segni di risurrezione
A 76 anni, sono al mio primo soggiorno prolungato in Camerun, nella città di Douala. Ho vissuto i riti pasquali con la comunità parrocchiale di San Giuda Apostolo, un tempo periferica, ma ora sorpassata da continue nuove costruzioni.
Conoscevo un po’, per il lungo permanervi, le popolazioni dell’est della Repubblica Democratica del Congo. Così viene spontaneo il confronto. La prima cosa che immediatamente salta agli occhi è che l’est del Congo è in guerra e sotto occupazione straniera; il Camerun, passati i giorni della forte repressione della rivolta dopo le elezioni dell’ottobre scorso, ora vive un ritorno alla normalità almeno apparente, mentre ognuno si dedica al suo primo immediato impegno: garantirsi un minimo vitale tramite un lavoro. In Congo c’è la guerra, a Douala e dintorni no: ciò significa che si può dormire, si possono fare progetti, andare a scuola, non ci sono spari voluti o accidentali da schivare. E la differenza è grande!
In Congo e in Camerun, la gente ha il sorriso facile e cordiale, la danza respirata già dal grembo della madre, la capacità di lodare e di ringraziare, l’accoglienza, la generosità.
Qui non sento mai la parola “benefattore”: la crescita anche strutturale della chiesa viene dall’impegno di ciascuno, singoli e gruppi… Se un bimbo osa chiedere una caramella, il grande lo redarguisce. Solo un eccesso di povertà può spingere una persona a bussare alla porta. La stessa Caritas parrocchiale è frutto dell’impegno locale.
Il 24 marzo, abbiamo celebrato con alcune parrocchie della zona la Giornata dei Martiri. Fra le figure evocate, testimoni della fede camerunesi e africani e anche giornalisti e politici appassionati della verità e giustizia uccisi anche recentemente nel Paese. Vedo brillare di orgoglio gli occhi di una mamma mentre porta la foto di uno di loro ai piedi dell’altare.
Il tempo dato direttamente a Dio nelle celebrazioni non è mai troppo. L’altro ieri, venerdì santo, si è camminato nei quartieri dalle 11 del mattino; alle 14, una delle diverse popolazioni che compongono la comunità ha messo in scena la morte del re sul piazzale della chiesa. Infine c’è stata la celebrazione del Venerdì santo. Erano quasi le 19 quando la popolazione ha preso la via del ritorno, fiera d’aver sofferto sotto la pioggia e nel fango durante la via Crucis. A Dio il tempo si dà in abbondanza.
Nella veglia pasquale, una novantina di giovani ha ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Oggi, giorno di Pasqua, la chiesa non bastava ad accogliere i cristiani nonostante le quattro messe, oltre a quella della veglia pasquale. Ognuno sfoggiando il suo abito migliore, con la gioia in volto. Mentre altrove la Pasqua è preparata nel menù a tavola, nelle uscite fuori porta, qui la gioia è nel celebrare.
Ma sono attirata dagli abiti modesti, a volte scoloriti delle persone di più modeste condizioni, a volte anziane, a volte accompagnate da un figlio portatore di handicap. Noto con gioia che alcuni di questi ragazzi e ragazze sono integrati nei servizi liturgici che compiono con fierezza.
Non noto nessun rispetto umano nel manifestare la fede, che siano uomini, giovani, donne, bambini.
Quanto tutto ciò cambi la vita sono anch’io in cerca di comprenderlo. Certo dona alla vita un più solido e stabile di gioia, di resilienza, di coraggio, di apertura nelle relazioni.
La parrocchia è composta di una decina di comunità ecclesiali viventi, che si riuniscono settimanalmente nelle case. Quella che ho iniziato a frequentare è forse la più piccola: vi partecipa l’uomo o sua moglie, tre loro figlie e cinque o sei ragazzini che si preparano ai sacramenti. Chissà se dopo averli ricevuti nella notte pasquale continueranno a frequentare. Però la comunità c’è…
La settimana scorsa con Lucia siamo andate a visitare una comunità delle suore di Madre Teresa che accolgono le persone più abbandonate della città. Ognuna di queste ha la sua storia dolorosa, ma quello che si vede e si respira entrando è la gioia, il sorriso, che è anzitutto sul volto delle suore di Madre Teresa che accolgono con amore persone a volte letteralmente trovate fra i rifiuti.
La loro testimonianza mi colpisce e mi dà pace: per cambiare il mondo, non è necessario sentenziare a destra e a sinistra, basta cominciare da noi.
Continuo a cercare segni e li vedo pullulare, nella mia comunità e in tanti che hanno impostato la loro vita non sull’interesse proprio ma sul servizio specie ai più piccoli.






