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Missione tra i Musey (Ciad)
Clementine, giovane missionaria saveriana congolese, presente in Ciad, ci racconta qualcosa della sua esperienza a Domo.
Mi sento ormai a casa mia. Ci troviamo nella diocesi di Pala, nel Ciad meridionale. La nostra parrocchia comprende tre settori: Domo al centro dove abitiamo, un villaggio di 3000 abitanti, Léo a 17 km, Feuè a 23 Km. La zona è abitata dalla tribù dei Musey e da una minoranza Marba; frequenti i matrimoni tra le due etnie. Pochi sono i musulmani ed anche i cattolici e i protestanti sono una piccola minoranza.
Siamo nel Sahel e già il deserto si annuncia: una grande pianura sabbiosa dove gli alberi sono scarsi. Il clima è tropicale e la presenza o meno delle piogge cambia radicalmente il paesaggio. La vita della gente è legata al loro ritmo. Sia gli uomini che le donne lavorano i campi. Coltivano miglio, cotone, arachidi e altri prodotti. Il cotone permette alla famiglia un introito in denaro, spesso gestito autonomamente dal marito. Si allevano capre, galline e buoi che sono utilizzati per i trasporti e i lavori agricoli. La popolazione vive una vita povera, ma non misera. La miseria può arrivare a causa dell'alcoolismo, che porta a trasformare in alcool il miglio anziché utilizzarlo come cibo, o quando le piogge, troppo abbondanti o troppo scarse, rovinano il raccolto, oppure quando qualche grave malattia fa precipitare la situazione economica della famiglia obbligata a pagarsi medicine e ospedale. Gli unici stipendiati sono i funzionari statali, gli infermieri e un certo numero di insegnanti con un salario minimo. Ad essi si aggiungono gli “insegnanti comunitari” pagati ogni mese, ma molto poco, dai genitori degli alunni.
Quando arrivai a Domo, vedendo che il villaggio era costituito quasi esclusivamente da capanne di fango, provai tristezza. Ero sempre vissuta in città fino allora e quelle abitazioni mi impressionavano. Prendendo contatto però con le persone, notando la loro gentilezza e accoglienza, mi sono resa conto che era gente felice e mi sono sentita subito a casa mia. Non è la quantità di cose possedute che dà gioia o meno a una persona. Pur non conoscendo ancora la lingua andavo a trovarli, a scambiare qualche parola con chi sapeva un po' di francese.
Terminato lo studio del musey , mi è stato affidato un servizio nel campo educativo. In collaborazione con il direttore della scuola elementare di Domo, mi occupo della formazione degli insegnanti, della metodologia e seguo i genitori degli alunni. Essi non si preoccupano molto di mandare a scuola le ragazze, che spesso sono già fidanzate o spose a 12-13 anni.
Nella vita di coppia i ruoli sono separati: il marito si interessa della scolarizzazione dei figli, la moglie del cibo e dei vestiti. Il dialogo è scarso e a volte inesistente. La nascita di un bimbo è sempre anche qui, come al mio Paese, motivo di gioia. Durante la festa gli si dà il nome, spiegandone il senso. Se la famiglia è cristiana, si prega, proclamando tra l'altro il cantico di Simeone.
Tra i Musey la poligamia è normale, mentre la monogamia è ritenuta segno di povertà. Le vedove soffrono molto. Quando il marito muore i parenti saccheggiano la casa, portano via tutto. La vedova non può vivere da sola; è affidata a un membro della famiglia del marito e ne diventa “moglie ereditata”, ma senza alcun diritto, perché per lei non è stata pagata la dote. I figli che nascono dal nuovo matrimonio sono considerati illegittimi e sono a carico della madre.
La Chiesa si sente interpellata da queste situazioni e anche dal problema delle nascite troppo ravvicinate che sfiancano le madri. Si sta facendo uno sforzo pastorale per evangelizzare il matrimonio. Si organizzano, con l'aiuto di diversi formatori e di sposi cristiani, corsi per giovani coppie, basati sulla Bibbia. Si parla di dialogo, di paternità e maternità responsabile e di altri problemi gravi come l'alcoolismo.
L'evangelizzazione in profondità è una sfida. I cristiani sono a volte divisi tra loro; talvolta la paura della magia impedisce la gioia di un'adesione libera a Cristo.
Ho sempre pensato che la missione è una risposta alla chiamata di Cristo che ci pone con l'annuncio del Vangelo al servizio degli altri. Gesù è venuto per liberare la persona su tutti i piani. Uno degli aspetti di questa liberazione è anche il saper leggere e scrivere. Io mi occupo di sviluppo, ma sempre a partire dalla parola di Dio. Tutto ciò che faccio mira alla fioritura piena della persona, perché s'impegni a migliorare la sua vita e quella del Paese.
La più grande gioia per noi è che la gente ci vuol bene, come noi ne vogliamo a loro. Essi sanno che siamo lì a causa della Parola e che diamo e facciamo ciò che si può. A volte vorrebbero da noi più aiuti, ma la Chiesa locale in ogni attività cerca di promuovere l'autofinanziamento. Constatiamo che i nostri fratelli e sorelle di Domo sentono necessaria la nostra presenza. Da parte mia a volte mi chiedo se stiamo davvero rispondendo adeguatamente ai loro bisogni e alle loro attese. - Clémentine Mbombo Wa Ntambwe
Ancora dal Ciad
Ogni sorella anima uno o più settori pastorali. Anche le ultime arrivate, pur continuando lo studio della lingua, cominciano a collaborare. Ma il lavoro è molto e…”gli operai sono pochi”. Davanti a questa constatazione, Mons. Bushard, il nostro Vescovo di Pala, dice:
“ Il criterio dell'evangelizzazione riuscita non è tanto determinato dall'estensione dei territori raggiunti dalla missione, né dal numero di battezzati, quanto dalla qualità di vita della comunità”.
Sentiamo perciò il bisogno di intensificare la preghiera e l'impegno, affinché il Vangelo penetri sempre più nei nostri cuori e in quelli di coloro che vogliono farsi cristiani o che già lo sono. Solo così la comunità cristiana potrà essere segno vivo dell'amore misericordioso di Dio, Padre di tutti.- Le sorelle di Berém
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