Anno 2005 > Lettere dalla missione

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Essere missionaria in Giappone

Chi è abituato ad associare l'attività missionaria ai “Paesi del sud del mondo”, cioè in via di sviluppo, può forse chiedersi se ha significato la nostra presenza in un Paese ad alto livello economico e tecnologico, come il Giappone. Per rispondere a quest'obiezione bisogna tener presente che missione è anzitutto annuncio e testimonianza di Cristo tra i popoli che non hanno avuto ancora la possibilità di conoscerlo. La fede esige libera adesione dell'uomo, ma deve essere proposta per far conoscere all'umanità, in pienezza, ciò che essa cerca a tentoni su Dio, sull'uomo, sul suo destino, sulla verità (cfr Redemptoris Missio).

Prima evangelizzazione

Penso sia utile prima di tutto ricordare qualche cosa degli inizi del Cristianesimo in Giappone. E' una storia che da adolescente ho cominciato a conoscere attraverso un giornale missionario trovato nella mia chiesa parrocchiale. Già da allora mi ero appassionata per questa missione lontana a cui sarei stata inviata.

San Francesco Saverio è stato il primo missionario a sbarcare sulle coste giapponesi a Kagoshima, nel 1549. Lì cominciò a parlare di Cristo e a battezzare. Dopo di lui tanti altri missionari arrivarono, ma quasi subito iniziarono persecuzioni violente contro di loro e subirono il martirio. Anche molti dei primi giapponesi battezzati furono messi a morte. Morivano sgranando il rosario e invocando il nome di Gesù e di Maria. La persecuzione durò 300 anni. Durante tutto questo periodo, pur rimanendo senza missionari, i cristiani conservarono la fede. Per ingannare coloro che erano incaricati di scoprirli e giustiziarli essi se la tramandavano di nascosto di padre in figlio e custodivano nelle loro abitazioni la statua della Madonna, ma sotto le sembianze della dea buddista Kanon per non essere scoperti.

Solo nel 1865 qualche missionario ebbe finalmente il permesso di entrare in Giappone, ma solo per assistere gli immigrati. Si racconta che a Nagasaki alcuni giapponesi, “cristiani nascosti”, andarono alla chiesa a chiedere al missionario chi lo mandava, che significato avesse la statua che aveva con sé e dove fosse la sua sposa. Le risposte del padre li rassicurarono: per loro il Papa, la Madonna e il celibato erano i tre segni che lo identificavano come prete della Chiesa di Roma.

La nostra presenza in Giappone

Oggi i cattolici giapponesi sono ancora un'esigua minoranza (meno di 500 mila su 120 milioni di abitanti). Anche la nostra presenza missionaria è molto piccola. Nella zona di Osaka abbiamo una scuola materna. I bambini che la frequentano sono tutti non cristiani. Molti genitori scelgono di proposito la scuola cattolica perché sanno che lì s'insegnano valori che daranno ai figli una formazione umana profonda, preparandoli alla vita. Personalmente non ho mai lavorato nella nostra scuola materna, né, come altre sorelle, in scuole gestite dai Padri Saveriani.

A Miyazaki, nell'isola del Kyushu, insegnavo italiano in un'università femminile statale. Questo, oltre che permettermi di guadagnare qualche cosa per il sostentamento della comunità, mi ha dato l'occasione di dialogare con insegnanti e molte ragazze. In Giappone bisogna avere dell'inventiva per creare contatti con le persone e ci vuole il coraggio di lanciarsi in attività che introducono in vari ambienti. Su richiesta del centro di assistenza sociale del Comune, a Miyazaki ho anche dato lezioni di cucina italiana in alcuni quartieri della città. Ciò mi dava la possibilità di conoscere tanti problemi familiari e di condividerli.

Come volontaria frequentavo poi, una volta alla settimana, un gruppo di handicappati che, completate le medie superiori, si propongono di raggiungere una certa indipendenza economica. Sono aiutati da alcuni assistenti sociali che coordinano le attività del gruppo. Dopo i primi approcci, la responsabile mi ha incaricata di dare anche a loro lezioni d'italiano e qualche insegnamento ricco dal punto di vista morale. La legge non permette che nelle strutture pubbliche si parli direttamente di religione. Tuttavia a me hanno chiesto di presentare i valori umani della fraternità, della pace, dell'aiuto reciproco, della condivisione. Mi hanno dato fiducia e ultimamente mi hanno permesso di usare anche la Bibbia cui m'ispiravo per svolgere i temi trattati.

Con i giovani

Un'altra iniziativa che ci sta particolarmente a cuore è l'attività con i giovani. Mentre i liceali sono completamente presi dalla scuola e dalla preparazione agli esami d'ammissione all'università, chi ha cominciato a lavorare è più disponibile a un discorso religioso ed anche ad occuparsi concretamente degli altri. In parrocchia ci sono giovani cristiani, non cristiani e catecumeni che s'incontrano per momenti di preghiera, ricreazione e per impegni di servizio. La cosa più bella è il clima d'accoglienza e d'amicizia che si è instaurato tra loro. Ce n'è uno, non cristiano, che fa cento km. ogni domenica per essere presente.

Tomosagasukai

È un altro gruppo di cui ho parlato altre volte e che ho accompagnato fino a poco tempo fa. Il nome significa. “Cercare insieme amici e Dio”. È formato solo da ragazze che si riuniscono periodicamente per un cammino di formazione spirituale, per meglio capire il disegno di Dio nella loro vita. Vengono da luoghi diversi, sono poche, ma sono veramente impegnate. Questi incontri, oltre che momenti di riflessione, offrono alle giovani un'esperienza di vita comune, di preghiera insieme, di condivisione. E di questo gruppo due ragazze hanno chiesto di entrare nella nostra famiglia missionaria. Una ha già emesso i voti l'hanno scorso a Parma e l'altra sta facendo il noviziato in una nostra comunità qui in Giappone.

Di fronte alle situazioni gravissime di povertà, d'ingiustizia e di violenza del resto del mondo, possono sembrare insignificanti le nostre attività missionarie in Giappone, basate soprattutto sulla testimonianza di vita, su segni e gesti molto semplici, senza grossi impegni o grandi discorsi sociali. Ci mettiamo tra la gente, aprendo la nostra casa a tutti, nel rispetto della libertà religiosa e senza atteggiamenti proselitistici, proprio tenendo presente che “la fede, pur se proposta, esige una libera adesione”, come ha scritto Giovanni Paolo II nella sua enciclica missionaria. Milka Nonini

 

   
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