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Albero della vita
Dalla Cina - Kou Jie Ming è una ragazza cinese che, attraverso Agnese Chiletti, ci parla della sua straordinaria esperienza di vita.
L' Albero della vita , casa famiglia per disabili, è nata il 28 giugno 2002. È un appartamento in un quartiere residenziale a est di Pechino. Attualmente nella nostra casa ci sono 16 bambini disabili di cui 11 sono affetti da paralisi cerebrale e un adulto pure disabile, con 11 persone che si prendono cura di loro. Tutti sono stati abbandonati dai propri genitori. L'attività è sostenuta in modo completamente spontaneo e volontario.
Primi incontri
Nel gennaio 2002, grazie a una serie di circostanze particolari, ho avuto la possibilità di conoscere a Ying Chuan tre bambini colpiti da paralisi cerebrale, abbandonati dalle famiglie, e ho iniziato a prendermi cura di loro. Quando è venuto il momento di lasciarli ho provato in cuore una grande tristezza. Sono tornata a Pechino con gli occhi in lagrime. Nello stesso anno, ho cominciato a fare del volontariato in due orfanotrofi, dando tutto quello che potevo secondo le mie capacità. Fin da piccola ho vissuto in una famiglia colma di affetto e calore. I miei genitori erano insegnanti universitari e mi hanno cresciuta ed educata donandomi quanto di meglio potevano darmi. Dopo la laurea ho lavorato qualche anno, ma mai avrei immaginato di aver a che fare con degli orfani, e per di più affetti da paralisi cerebrale.
A contatto con quei bambini è stato come se tutto il mio essere si infiammasse. Nonostante avvertissi un peso enorme, quasi da farmi chiudere lo stomaco in una morsa, tuttavia sentivo che da quel momento nessun tipo di lavoro o divertimento mi avrebbe più attirato. Il cuore era ormai completamente occupato dai bambini. Non potevo più evitare i loro occhi, ignorare le loro difficoltà, né dirmi che ciò che avevo visto non aveva niente a che fare con me. Sentivo che davanti avevo una strada nuova da percorrere e chiedevo a Dio: “È per questo che sono nata?. Perché questi bambini, pur non essendo miei o di parenti, mi commuovono, mi fanno piangere? Non ho mai provato né pensato niente di simile!”.
Verso la metà di aprile, mentre mi trovavo all'orfanotrofio di Lang Fang, ho conosciuto Dou Dou, una ragazza già impegnata lì come volontaria. Lo stesso sogno, gli stessi ideali, la stessa fede: tutto questo ci ha rese subito amiche. Abbiamo iniziato a lavorare insieme, a pregare insieme, a piangere, a ridere … Per alcuni amici eravamo “due pazze”, dedite a un'attività senza garanzia di sicurezza, senza futuro.
L'incontro con Pang Pang
Alla fine di aprile, presso un altro orfanotrofio, ho trovato Pang Pang, un bambino di circa tre anni, affetto da grave paralisi cerebrale. L'assistente me l'ha posto tra le braccia: era un fagottino piccolo e magro. Sul volto pallido, eppure bello, due grandi occhi limpidi ed innocenti che mi hanno fatto ricordare una piccola colomba ferita. Ho cominciato ad accarezzarlo con dolcezza, guardandolo con intensità e sussurrandogli qualche parola. Anche chiamandolo per nome, il suo volto rimaneva inespressivo. Nessun tipo di possibile comunicazione, forse anche perché nessuno aveva tempo di fermarsi un attimo accanto al suo lettino, se non per cambiargli il pannolino o dargli del latte. Lo lasciai con preoccupazione e tristezza.
Più tardi fui informata che presso il Centro di riabilitazione di Fang Shan, c'era un posto libero e avrebbero accettato il bambino per due settimane di riabilitazione. Sei mesi dopo aver sentito per la prima volta la parola “paralisi cerebrale”, lì ho sentito il nuovo vocabolo “riabilitazione”. Pur avvertendo nel cuore un rispetto e un affetto crescente per i bambini colpiti da paralisi cerebrale, una domanda insistente mi girava in testa: “Come posso davvero aiutarli? Sarà solo tenerli in braccio tutti i giorni ? Dar loro da mangiare e cambiare il pannolino?”. Ero confusa. Ma la parola “ riabilitazione” aveva toccato le corde del mio cuore ridandomi speranza e entusiasmo. Così con Pang Pang mi sono messa in viaggio; un viaggio di sei ore durante il quale non mancarono momenti di esitazione e incertezza. Non conoscevo la strada, faceva caldo. Pang Pang, al mio fianco, non aveva alcuna reazione, non apriva neppure la bocca per mangiare ed io mi chiedevo: “Stupida che non sono altro, ha senso ciò che sto facendo? Servirà a qualche cosa?”.
Al Centro Fang Shan
Ricordo con chiarezza che, arrivata ad una curva di quella tortuosa strada di montagna, improvvisamente una voce dentro di me si è fatta sentire: “Se tu fossi Pang Pang, avrebbe valore ciò che gli altri fanno per te?”. Mi sono ricordata allora di una frase del Vangelo: “Quello che vuoi che gli altri facciano per te, anche tu fallo per loro”. Sono scoppiata in pianto. Le nuvole erano scomparse, il cuore pieno di amore e di speranza.
In due settimane al Centro di riabilitazione di Fang Shan, il bambino ha fatto dei progressi da lasciar tutti meravigliati. Per la prima volta, svegliandosi al mattino, egli vedeva al suo fianco una persona che gli sorrideva e lo chiamava dolcemente per nome. Giorno per giorno, gli occhi acquistavano vita, Pang Pang cominciava a cercare le persone attorno a lui, riusciva a sorridere e cominciava a mangiare. Mentre lavavo i vestiti mi fissava e, non appena alzavo la testa per guardarlo, subito mi faceva un gran sorriso. La fisioterapista italiana Agnese mi ha chiesto dove avrei portato il bambino dopo le due settimane di trattamento. Senza esitare ho risposto che l'avrei riportato all'orfanotrofio e avrei pagato un'assistente perché potesse continuare gli esercizi da fare ogni giorno. Negli occhi di Agnese ho visto un'ombra di preoccupazione e di delusione. Poi mi ha detto: “Davvero pensi che il cambiamento di Pang Pang sia dovuto alle poche ore di esercizi che fa ogni giorno in palestra? No, questo cambiamento è dovuto all'amore che ha ricevuto. Prima la vita significava per lui semplice sopravvivenza, ora comincia a gustarla perché si sente curato .con amore. Riportandolo all'orfanotrofio tornerà di certo com'era prima. Invece di fargli del bene gli si fa del male e in questo caso sarebbe stato meglio non averlo portato qui.”. Io guardavo Pang Pang che sempre più dipendeva da me e che, sebbene non potesse parlare, mi rispondeva con un sorriso grato e fiducioso. Non sapevo cosa fare. Vivevo con i miei genitori che non avrebbero approvato ch'io portassi in casa il bambino. Affittare un appartamento? ma non potevo farlo su due piedi. Non avendo un posto dove andare, ho chiesto di poter rimanere una settimana in più al Centro. Durante quella settimana è venuta a trovarci Dou Dou. Anche lei portava una bimba di sei mesi affetta da paralisi cerebrale e in situazione critica. Ci siamo accorte così che era arrivato il tempo di dare una famiglia a quei bambini abbandonati. Dou Dou ha usato tutti i suoi risparmi per acquistare un appartamento e ben presto ne abbiamo affittato un altro vicino a questo. Abbiamo trasferito i bambini nel nuovo ambiente ed ecco nato il primo nucleo della casa-famiglia Albero della vita. Siamo veramente grate a Dio!
Gare di solidarietà
Pur non avendo fatto nessun tipo di propaganda abbiamo ricevuto tanti doni ed appoggi . Molte persone di buon cuore ci vengono incontro, ci portano continuamente vestiti, latte e tante cose di prima necessità.
Al Centro di riabilitazione di Fang Shan i bambini ricevono poi, gratuitamente, le cure con il vitto e l'alloggio per tutto il periodo di permanenza.
La ditta Shi Bo En ha pagato un'operazione costosa ad un bimbo di pochi mesi. La ditta Ji DeEr ci ha donato i materassini usati per gli esercizi. Altre ditte hanno fornito materiali vari necessari.
Così la casa Albero della vita ha potuto pian piano crescere con il sostegno di tanti e grazie all'amore di Dio. Dove c'è amore succedono i miracoli. Quante persone che non avevamo mai incontrato prima ci hanno dato appoggio e aiuti concreti. Tutte le volte che mi sembra di non sapere la direzione da prendere o le scelte da far
ripenso ai momenti difficili superati grazie agli incoraggiamenti e aiuti ricevuti e riprendo coraggio. Credo che veramente la bontà dimori nel profondo di ogni essere umano. Spero che questa casa Albero della vita sia come una fiammella che riaccende in molti cuori la capacità di amare. Attraverso il sorriso innocente di questi piccoli molti potranno scoprire il valore della vita e il vero senso della propria esistenza. Ci sono già studenti universitari che dedicano il tempo libero dalle lezioni al volontariato qui dentro. Tornando in famiglia, forse saranno più riconoscenti verso i genitori per quello che hanno ricevuto e sapranno far tesoro di ciò che posseggono.
Quanto a me, guardando al cambiamento dei bambini e sperimentando l'amore e la solidarietà che ci circonda, mi sembra di non aver più nulla da desiderare. Ringrazio solo il Signore di avermi messa in questa bellissima attività.
Kou Jie Ming |