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L’Avvocato
migliore
Dagli Stati Uniti: una storia recente di sofferenza e di
fiducia in Dio di una famiglia immigrata, che una nostra sorella
ha seguito da vicino con la comunità parrocchiale.
“Ho un Avvocato che può tutto, in Lui confido
più che in chi mi è stato assegnato per difendere
la mia causa”. Era la frase che Juan ripeteva spesso,
mentre attendeva il suo turno per presentarsi al giudice che
doveva esaminare il suo caso.
Juan era venuto da un paese dell’America Latina con
la speranza di un futuro migliore. Raggiunto poi dalla moglie
e dai due figli era stato ospitato con la famiglia, in casa
di una connazionale, finché non si fosse presentata
la possibilità di altra soluzione.
Pur non sognando una vita priva di difficoltà, mai
avrebbe immaginato quanto gli sarebbe capitato proprio ad
opera di chi in un primo momento li aveva accolti volentieri.
Juan e Carmen avevano trovato lavoro, pagavano regolarmente
l’affitto della stanza che usavano e anche l’assicurazione
dell’auto di seconda mano che avevano acquistato. La
benefattrice aveva acconsentito, a titolo di “amicizia”,
di intestare a sé l’auto, poiché, per
la sua situazione particolare, Juan non avrebbe potuto farlo.
L’amicizia però non durò molto. All’improvviso
Juan e Carmen si sentirono accusare di cose mai dette né
fatte e si trovarono sbattuti nella strada senza sapere dove
andare. Mi chiesero se potevo indirizzarli a qualche luogo
di accoglienza per la notte, ma tutte le agenzie contattate
avevano lunghe liste di attesa. Mancavano pochi giorni al
Natale e veniva spontaneo pensare a Maria e Giuseppe che non
avevano trovato alloggio se non in una stalla. Anche quella
famiglia, al di là della poesia natalizia del presepio,
stava affrontando la dura realtà di non sapere dove
posare il capo. Per grazia di Dio essi si erano inseriti nella
comunità parrocchiale. Una parrocchiana fece loro spazio
nella sua casa.
La situazione si complicò ulteriormente quando la polizia
andò ad arrestare Juan sul luogo del lavoro. La connazionale
l’aveva accusato di essersi impadronito dell’auto
per il cui acquisto lei aveva invece prestato soltanto il
nome. Senza che si rendesse conto di ciò che stava
succedendo, Juan fu portato in tribunale con catene ai polsi
e alle caviglie.
Gli fu assegnato un avvocato e poté parlare con l’aiuto
di un interprete. Juan e Carmen hanno sempre considerato una
grazia di Dio sia quell’avvocato, un credente che capì
la loro situazione, sia l’assistente sociale, una nostra
amica della comunità ispana, che testimoniò
in loro favore presso l’avvocato e il giudice.
Pur nella grande sofferenza, Juan e Carmen sono sempre ricorsi
alla fede, pensando al Signore arrestato e accusato innocentemente.
Spesso mi dicevano che trovavano sostegno invocando Maria
Ausiliatrice per la quale nutrono una sincera devozione, avendo
avuto un figlio nella scuola dei Salesiani al loro paese.
Durante i mesi di attesa di giudizio pregavano: “Signore,
dacci la forza di non voler male a quella persona che ci ha
fatto tanto soffrire, ma di saperla perdonare. Grazie per
l’avvocato che mi è stato assegnato, però
sei tu l’Avvocato migliore; a te affido la mia innocenza”.
La loro preghiera è stata esaudita. Benché abbiano
perso tutto, la loro innocenza è stata riconosciuta.
A un anno dallo sfratto subito, si organizzò la novena
del Natale nella nuova abitazione che avevano trovato grazie
all’assistente sociale. Per Juan e la famiglia fu una
grande gioia ricevere in casa il gruppo di cristiani che li
avevano accolti e aiutati nella situazione disperata del loro
primo Natale in terra straniera. Ne approfittò per
esprimere il suo grazie a Dio e a tutti loro:
“Grandi cose ha fatto il Signore, non ci ha lasciati
mai soli. Qui abbiamo trovato un’altra famiglia di fratelli
e sorelle che ci amano, perché abbiamo un unico Padre,
il nostro “Papà Dios”.
Stefanina Loi
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