Anno 2004 > Lettere dalla missione

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Torno in Burundi

Riparto con gioia, ci ha detto Liduina. Mi pare di tornare a casa. Tra i Burundesi ho trascorso quasi tutti i miei anni di missione, mi sento perciò una di loro. Insieme abbiamo vissuto tanti momenti di sofferenza, ma anche ore liete, di festa. Mi hanno insegnato l’accoglienza, l’importanza delle relazioni, il coraggio di ricominciare, la fede, il perdono. Ho sempre ammirato in particolare le mamme cui sono stati uccisi dei figli o il marito e che, pur soffrendo molto, hanno saputo perdonare e ricominciare.
A mia volta, continuerò, con la grazia di Dio, a testimoniare la novità che Cristo ha portato e a condividere la mia vita con loro, l’insicurezza, qualche volta la paura, e anche la speranza che il dramma della violenza finisca presto e si possa finalmente godere la pace. Sono convinta che il mio contributo è solo una goccia, ma voglio portare la mia goccia in quest'oceano.

Una parrocchia vivace
La nostra parrocchia di Kamenge, uno dei quartieri di Bujumbura (capitale del Burundi), è molto vasta e abbastanza recente. E’ retta dai Missionari Saveriani. La chiesa è sempre affollata alle tre messe domenicali. Oltre che nell’attività pastorale specifica, la parrocchia si è impegnata nell’educazione scolastica, gestendo scuole elementari per migliaia di bambini che non possono frequentare la scuola elementare statale.
Il mio ambito è soprattutto la promozione della donna, in modo particolare delle giovani. Con una suora locale e una mamma, accogliamo in una scuoletta circa trentacinque ragazze ogni anno. Solo alcune sono cristiane. Diamo una formazione umana e morale e insegniamo un mestiere (taglio e cucito), assieme a nozioni igienico-sanitarie. Le ragazze che frequentano sono già alfabetizzate; qualcuna ha ultimato anche le medie, ma ha dovuto interrompere lo studio per ragioni economiche. Alla fine dell'anno, chi ha i mezzi, acquista una macchina per cucire a casa propria. Chi invece non può lavora, retribuita, nel laboratorio di cucito vicino alla scuola, finché raggiunge la somma necessaria all’acquisto.
Nella misura del possibile cerco di rendermi utile pure a livello parrocchiale specialmente aiutando i poveri, gli orfani, gli studenti in difficoltà, senza discriminazione di religione, di etnia o altro.
Silvana e Ave, le due sorelle con cui vivo, lavorano soprattutto nel campo sanitario, al dispensario e alla maternità. Essere presenti come comunità è per noi un sostegno; vorremmo che fosse anche una testimonianza.. Siamo convinte, infatti, che una comunità evangelizza più per come vive che per quello che fa. Alla gente che ci osserva vorremmo poter dimostrare che, anche quando si proviene da paesi e culture diverse, è bello e possibile vivere fraternamente nella differenza.

I danni della guerra
La violenza che ancora infierisce in Burundi, più che la difesa di un’etnia, ha in vista il potere. Per la diffidenza che si è creata, quartieri un tempo abitati pacificamente da persone di diverse etnie, tendono a divenire monoetnici. Gruppi estremisti spesso attaccano improvvisamente. La popolazione, spaventata, scappa. Le famiglie si disperdono e rimangono spesso divise per lungo tempo. Dopo l’attacco in genere c’è razzia nelle case e nei campi. Appena si fa un po’ di calma, la gente torna, ma spesso deve ripartire da zero. La guerra si ripercuote sulle scuole che aprono e chiudono, impedendo ai ragazzi di frequentare un anno scolastico completo. Pesa anche nel campo sanitario: chi scappa, non si cura e non ha mezzi per farlo. I bambini denutriti sono molti.
La guerra ha favorito anche la diffusione dell’Aids, a causa della promiscuità tra gli sfollati e delle violenze sulle donne. Non è raro incontrare vedove ammalate con figli a carico, a loro volta ammalati. Varie associazioni cercano di venire incontro a queste situazioni, ma le necessità sono grandi. La popolazione implora la pace.

La speranza
È apprezzato il fatto che noi, missionari/e, si rimanga, anche nell’incertezza, a continuare le attività e l’annuncio del vangelo. P. Modesto, saveriano, un giorno stava andando a celebrare in montagna quando per strada cominciarono gli spari. Un ragazzino di 12 anni, che era con lui, gli disse: “Tu sei proprio come Gesù, rimani con noi nonostante il pericolo perché ci vuoi bene”.
L’Africa, che dopo l’indipendenza sembrava ben avviata al progresso e all’autosufficienza, con le interminabili guerre è in molti posti regredita. Eppure c’è una presa di coscienza della gente; il cammino verso la democrazia è iniziato ed è irreversibile.
Il Burundi è un paese giovane. Le schiere di studenti e le migliaia di bambini che si incontrano danno speranza.
Ma la speranza dell’Africa dipende anche da un cambiamento di rotta economica e politica dei paesi del Nord verso quelli del Sud spesso sfruttati con la compiacenza di governanti locali disonesti. Liduina Bedini

   
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