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Torno
in Burundi
Riparto con gioia, ci ha detto Liduina. Mi pare di tornare
a casa. Tra i Burundesi ho trascorso quasi tutti i miei anni
di missione, mi sento perciò una di loro. Insieme abbiamo
vissuto tanti momenti di sofferenza, ma anche ore liete, di
festa. Mi hanno insegnato l’accoglienza, l’importanza
delle relazioni, il coraggio di ricominciare, la fede, il
perdono. Ho sempre ammirato in particolare le mamme cui sono
stati uccisi dei figli o il marito e che, pur soffrendo molto,
hanno saputo perdonare e ricominciare.
A mia volta, continuerò, con la grazia di Dio, a testimoniare
la novità che Cristo ha portato e a condividere la
mia vita con loro, l’insicurezza, qualche volta la paura,
e anche la speranza che il dramma della violenza finisca presto
e si possa finalmente godere la pace. Sono convinta che il
mio contributo è solo una goccia, ma voglio portare
la mia goccia in quest'oceano.
Una parrocchia vivace
La nostra parrocchia di Kamenge, uno dei quartieri di Bujumbura
(capitale del Burundi), è molto vasta e abbastanza
recente. E’ retta dai Missionari Saveriani. La chiesa
è sempre affollata alle tre messe domenicali. Oltre
che nell’attività pastorale specifica, la parrocchia
si è impegnata nell’educazione scolastica, gestendo
scuole elementari per migliaia di bambini che non possono
frequentare la scuola elementare statale.
Il mio ambito è soprattutto la promozione della donna,
in modo particolare delle giovani. Con una suora locale e
una mamma, accogliamo in una scuoletta circa trentacinque
ragazze ogni anno. Solo alcune sono cristiane. Diamo una formazione
umana e morale e insegniamo un mestiere (taglio e cucito),
assieme a nozioni igienico-sanitarie. Le ragazze che frequentano
sono già alfabetizzate; qualcuna ha ultimato anche
le medie, ma ha dovuto interrompere lo studio per ragioni
economiche. Alla fine dell'anno, chi ha i mezzi, acquista
una macchina per cucire a casa propria. Chi invece non può
lavora, retribuita, nel laboratorio di cucito vicino alla
scuola, finché raggiunge la somma necessaria all’acquisto.
Nella misura del possibile cerco di rendermi utile pure a
livello parrocchiale specialmente aiutando i poveri, gli orfani,
gli studenti in difficoltà, senza discriminazione di
religione, di etnia o altro.
Silvana e Ave, le due sorelle con cui vivo, lavorano soprattutto
nel campo sanitario, al dispensario e alla maternità.
Essere presenti come comunità è per noi un sostegno;
vorremmo che fosse anche una testimonianza.. Siamo convinte,
infatti, che una comunità evangelizza più per
come vive che per quello che fa. Alla gente che ci osserva
vorremmo poter dimostrare che, anche quando si proviene da
paesi e culture diverse, è bello e possibile vivere
fraternamente nella differenza.
I danni della guerra
La violenza che ancora infierisce in Burundi, più che
la difesa di un’etnia, ha in vista il potere. Per la
diffidenza che si è creata, quartieri un tempo abitati
pacificamente da persone di diverse etnie, tendono a divenire
monoetnici. Gruppi estremisti spesso attaccano improvvisamente.
La popolazione, spaventata, scappa. Le famiglie si disperdono
e rimangono spesso divise per lungo tempo. Dopo l’attacco
in genere c’è razzia nelle case e nei campi.
Appena si fa un po’ di calma, la gente torna, ma spesso
deve ripartire da zero. La guerra si ripercuote sulle scuole
che aprono e chiudono, impedendo ai ragazzi di frequentare
un anno scolastico completo. Pesa anche nel campo sanitario:
chi scappa, non si cura e non ha mezzi per farlo. I bambini
denutriti sono molti.
La guerra ha favorito anche la diffusione dell’Aids,
a causa della promiscuità tra gli sfollati e delle
violenze sulle donne. Non è raro incontrare vedove
ammalate con figli a carico, a loro volta ammalati. Varie
associazioni cercano di venire incontro a queste situazioni,
ma le necessità sono grandi. La popolazione implora
la pace.
La speranza
È apprezzato il fatto che noi, missionari/e, si rimanga,
anche nell’incertezza, a continuare le attività
e l’annuncio del vangelo. P. Modesto, saveriano, un
giorno stava andando a celebrare in montagna quando per strada
cominciarono gli spari. Un ragazzino di 12 anni, che era con
lui, gli disse: “Tu sei proprio come Gesù, rimani
con noi nonostante il pericolo perché ci vuoi bene”.
L’Africa, che dopo l’indipendenza sembrava ben
avviata al progresso e all’autosufficienza, con le interminabili
guerre è in molti posti regredita. Eppure c’è
una presa di coscienza della gente; il cammino verso la democrazia
è iniziato ed è irreversibile.
Il Burundi è un paese giovane. Le schiere di studenti
e le migliaia di bambini che si incontrano danno speranza.
Ma la speranza dell’Africa dipende anche da un cambiamento
di rotta economica e politica dei paesi del Nord verso quelli
del Sud spesso sfruttati con la compiacenza di governanti
locali disonesti. Liduina Bedini
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