Anno 2003 > Lettere dalla missione

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La serva di Dio
Madre Celestina Bottego
Il Suo Carisma Missionario

L’insegnamento come missione

Celestina Bottego, ben prima di aver collaborato alla fondazione di un Istituto missionario, ha vissuto intensamente la dimensione missionaria del suo Battesimo.

Il primo ambito, in ordine di tempo, in cui la Madre si prodigò col desiderio di spendersi per gli altri, fu la scuola. Si dedicava con passione all’insegnamento verso cui si sentiva attratta e trovava nel contatto con i giovani studenti un campo in cui esplicare il dono di sé e lo spirito missionario che urgeva in lei.

La scuola le assorbiva molte energie, ma ella cercava di sfruttare questa occupazione “per fare gli interessi di Gesù”, come scriveva nel gennaio del 1945. Non erano solo nozioni di una lingua straniera che desiderava trasmettere agli alunni, ma un modo di concepire la vita e di rapportarsi con gli altri. Educava a questi atteggiamenti, più che con tante parole, con l’esempio di dedizione con cui esplicava il suo servizio. La pazienza e la comprensione con cui li trattava, creava un clima di serenità e di libertà in cui ognuno si sentiva incoraggiato. I suoi ex-alunni conservano ancora oggi un grato ricordo di lei:

“Non era semplicemente un’insegnante gentile o comprensiva, c’era qualcosa in più in lei che non si poteva definire e che noi ragazzi avvertivamo…”, dice la dott.ssa G. Marubbi.

La scuola fu per lei un vero campo di apostolato. Irraggiava bontà, semplicità, trasparenza, serenità; le sue erano lezioni di vita non meno importanti delle lezioni d’inglese.

Parecchi studenti conservarono con lei rapporti cordiali anche dopo gli anni della scuola. Oggi sono uomini e donne che pensano alla loro insegnante come a una santa donna che sperano “vada presto sugli altari”.

Il dott. Angelo Toscano, suo ex-alunno e poi medico per molte saveriane, afferma esplicitamente: “Quando la frequentavo, dopo che aveva già fondato l’Istituto, sapevo che contattavo una santa. Fin da allora lo pensavo… Ho conosciuto due santi nella mia vita: mons. Conforti e Madre Bottego”.

Il suo impegno nell’apostolato

Celestina, consapevole della ricchezza di doni che aveva ricevuto da Dio, sentiva acutamente che la scuola non era un ambito sufficiente per esplicare le sue energie di bene. Dall’abate benedettino Emanuele Caronti, suo direttore spirituale, aveva appreso che una vita cristiana vissuta in pienezza deve sfociare in un impegno costante al servizio del prossimo. Vi si immerse pertanto con molta disponibilità.

Il campo più naturale del suo impegno apostolico fu a San Lazzaro di Parma.

San Lazzaro era allora una borgata povera sotto ogni punto di vista: economico, culturale, religioso. Era spontaneo ricorrere alla “signorina”, così era chiamata Celestina Bottego, per ogni necessità: per un aiuto materiale, per trovare lavoro, per un consiglio, per un aiuto a studenti in difficoltà, per un conforto in caso di disgrazia e anche per un incoraggiamento a qualche moribondo affinché accogliesse il sacerdote.

Ella non faceva distinzioni di fede religiosa, né di orientamento politico, né di condizione sociale: era per tutti. Si diede da fare ad esempio per ottenere la libertà a un poveraccio finito in galera per un furto da poco; regalò le sue scarpe migliori a una giovane che ne era priva; nascose in casa con grave rischio alcuni prigionieri inglesi fuggiti dal campo di concentramento nel 1943.

Nessuno aveva timore di ricorrere a lei perché, pur ritenendola una persona superiore, “un personaggio” diceva la gente di San Lazzaro, ne conoscevano la semplicità, la grande umanità, la vicinanza e comprensione soprattutto per i più umili.

Una particolare attenzione rivolgeva ai giovani. Era preoccupata e in pena per tutti quei ragazzi che passavano ore e ore sulla strada. Così, mise a disposizione un vasto locale al piano terreno di una dellecase rustiche dei Bottego, il “palazzone”, e lo fornì di radio, libri e giochi da tavolo perché i ragazzi potessero incontrarsi e stare insieme. Lì il parroco, o lei stessa, dava loro un po’ di istruzione religiosa. Quando, all’inizio della 2° Guerra mondiale, parecchi di quei giovani furono chiamati alle armi, fece appendere alle pareti del locale le loro fotografie, perché fossero ricordati nella preghiera.

La presenza della signorina Bottego in parrocchia era costante. Partecipava alle liturgie, accompagnava il canto con l’organo ed era impegnata nella catechesi. L’appartenenza attiva all’Azione Cattolica, dove si respirava un clima di zelo e di ansia missionaria, non fece che affinare in lei lo spirito apostolico preparandola ad accogliere quella che sarà la sua futura specifica vocazione.

Tra il 1924 e il 1932, preparò al battesimo vari ragazzi di San Lazzaro appartenenti a famiglie socialiste e anticlericali che, temendo di essere prese di mira dai fascisti, avevano deciso di battezzare i figli.Celestina si dedicò all’istruzione di questi ragazzi e giovani con grande zelo. Di molti di loro fu la madrina, come attestano i registri dei battesimi della parrocchia. Ne aiutò parecchi anche materialmente.

Gli anni della 2° Guerra mondiale le offrirono poi molte occasioni di prodigarsi a favore di tanti bisognosi e sofferenti. La guerra, con la conseguente assenza degli uomini dal lavoro, aveva aumentato la povertà. Celestina conosceva le famiglie di San Lazzaro a una a una e nei limiti del possibile aiutava. Quando poi arrivavano brutte notizie dai fronti, essa era subito pronta a portare la sua presenza confortatrice.

A lei si ricorreva anche in casi estremi, ad esempio se c’era da perorare una causa presso i tedeschi. Conoscendo la lingua, poteva mettersi in contatto con loro e, il Signore solo sa come, riusciva a farli recedere da certe loro decisioni; come quando, essendo stato rubato un carico di rame da un treno fermo in stazione, fu incolpato un innocente. Appena lo seppe corse al comando tedesco e riuscì a salvare quel poveretto dalla fucilazione.

Un altro settore in cui Celestina diede la sua collaborazione fu l’Opera di Nazareth, sorta a Parma alla fine del 1926. Si trattava soprattutto di visitare le famiglie più diseredate, per stabilire con loro rapporti di amicizia, dare l’aiuto conveniente, essere vicini con carità in ogni situazione dolorosa. Celestina Bottego diede generosamente il suo tempo per la visita alle famiglie, per insegnare un po’ di inglese ai giovani che lo desideravano, per il contatto personale con i più poveri..

Un religioso benedettino, Don Michele Marinosci, ricorda: “La Madre prendeva queste persone a una a una e parlava loro in forma di amicizia e con molto riserbo. In questi colloqui senza dubbio parlava loro di Dio, dei loro problemi. [...] La Madre per me era impregnata di Dio e non poteva che parlare di Lui”.

“Missione è irradiare Cristo vivente in noi, per riscaldare tutti, illuminare, rallegrare”.

Lo spirito del suo servizio

Era costante in Celestina il modo di intendere il servizio al prossimo. Anzitutto voleva far bene quello che doveva fare, con competenza e professionalità, sia che si trattasse dell’insegnamento, della catechesi o di un servizio sociale. Vi si preparava quindi con scrupolo, non trascurando lo studio e la partecipazione a sessioni di aggiornamento in Italia e all’estero. Aveva voluto seguire anche il Corso di Crocerossina per meglio servire chi aveva bisogno.

Essa mirava però alla persona, alla sua formazione e alla sua crescita spirituale, non tanto preoccupandosi della parte organizzativa, quanto di stabilire con chi avvicinava un contatto semplice, confidenziale. Molti hanno testimoniato che c’era in lei un bisogno di dare, di comunicare in profondità, mettendoci dentro sempre una “emanazione di fede”. Aveva il desiderio di “richiamare alla fede le persone che avvicinava”, di aiutarle a vedere Dio negli avvenimenti, nella bellezza del creato o anche in un brano di buona musica.

E questo senza pedanteria, ma con spontaneità, con dolcezza, come un traboccare naturale dalla pienezza del cuore.

“Uscivo dal suo abbraccio confortata e fiduciosa…”

”Era colei che portava la fiducia e la speranza cristiana”.

“Portava serenità sempre, la serenità di un cuore in grazia, un cuore pieno di Dio”.

“Era una donna che, quando la si incontrava, ci sentivamo come rinfrescati da qualcosa di diverso dal solito”.

Sono solo alcune delle testimonianze pervenute da persone che hanno avuto un contatto benefico con lei. Era un po’ il suo “metodo missionario”: essere disponibile sempre, stabilire rapporti personali profondi per testimoniare, più con la vita che con le parole, l’amore di Dio.

Tuttavia c’era sempre in lei l’anelito a dare di più, a rendere ancora più totale il suo dono, nel timore di riservarsi qualcosa, di non spendere fino in fondo i talenti ricevuti.

Ma qual era la strada in cui Dio la voleva?

Madre di missionarie

La volontà di Dio si manifestò nel 1943 attraverso l’invito a dare la sua collaborazione per fondare una famiglia missionaria che fosse l’espressione femminile dell’Istituto Saveriano di Mons. Conforti. Ma fu l’immagine del Crocifisso inviatale da p. Giacomo Spagnolo nella Pasqua del ’44 con scritto dietro la parola “Tutto!” che la spinse a vincere la sua esitazione e a dire il suo “sì”, il 24 maggio dello stesso anno. Il progetto divenne realtà nel luglio del 1945. Da allora la vita della Madre, così si cominciò a chiamarla, cambiò. Le energie che precedentemente investiva nella scuola e nelle diverse attività apostoliche a poco a poco furono assorbite dall’organizzazione della comunità e dalla formazione delle sorelle. Per lei “fondare” significava soprattutto “formare”.

Era consapevole che la vita missionaria richiede non solo entusiasmo e buone intenzioni, ma equilibrio psichico, profonda interiorità, spirito di sacrificio, capacità di adattamento e di dimenticanza di sé, attitudine alla collaborazione. E formava più con l’esempio che con le parole. Sentiva fortemente la responsabilità di preparare delle missionarie che vivessero in pienezza e con coerenza la loro vocazione. Voleva che fossero donne mature, che potessero trovarsi a loro agio in ogni ambiente; le voleva disinvolte, serene, ben educate, delicate nel tratto; voleva che fossero donne forti, pronte al sacrificio, distaccate da se stesse e dalle cose proprie, disponibili. “Il sacrificio dà gioia alla vita” diceva, e perciò chiedeva sacrifici anche molto grossi per forgiare missionarie coraggiose. Le avrebbe volute sante, immerse in Dio, piene di fede e di profonda preghiera.

Prima del Concilio non si usavano termini come “inculturazione”, ma Madre Celestina parlava spesso di adattamento alle diverse culture, di rispetto degli usi e costumi locali, della necessità di imparare presto e bene la lingua del posto per capire la gente ed entrare nel loro mondo.

Quando le figlie viaggiavano, voleva che fossero non delle turiste, ma missionarie sempre. Desiderava ad esempio che nei viaggi in mare si mettessero a disposizione del cappellano della nave per animare le liturgie e impegnarsi in eventuali catechesi.

La missione, che trae la sua efficacia dall’unione con Dio, deve esprimersi in carità operosa verso il prossimo. Formare alla carità fu un punto fermo dell’azione educatrice della Madre. In questo campo il suo esempio era eloquente. Tutta la sua vita era stata disponibilità al prossimo; le sorelle avevano mille occasioni per vedere il suo amore ai poveri, la sua larga accoglienza, il suo immedesimarsi nel bisogno dell’altro, dell’altra.

Nel 1954, iniziarono le prime partenze delle missionarie per le missioni. Andò anche lei negli Stati Uniti, in Brasile, in Africa (Congo e poi Burundi), per aiutare le figlie nell’inserimento e rendersi conto personalmente delle necessità e delle difficoltà che dovevano affrontare.

Per motivi di salute non aveva potuto accompagnare le tre prime sorelle in Giappone, né ripetere altri viaggi oltreoceano. Dall’Italia continuò però sempre a tenere una fitta corrispondenza con le figlie lontane. Le incoraggiava, assicurava il suo ricordo affettuoso e la sua preghiera ed era felice quando veniva a sapere ciò che, per grazia di Dio, potevano fare a favore dei poveri, degli ammalati, nel campo della catechesi e della promozione umana.

A cura di Giovanna Meana, Postulatrice.

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